Carissimo me [ovvero lettera di Natale con Leopardi, Dostoevskij e tutti noi]

Pubblicato: 6 gennaio 2019 in bollettinoNovarese, Racconti di Natale
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I fatti, le persone, le circostanze, i nomi presenti nel racconto seguente sono da intendersi di pura fantasia. A partire da quello del paese, Novara di Sicilia, che è stato scelto in modo incidentale e rappresenta qualsiasi paese dell’entroterra, delle cosiddette Aree Interne, periferie di fatto e luoghi dell’anima al tempo stesso.

Caro Babbo Natale,

quest’anno avrei voluto scriverti una letterina, me l’ero ripromesso come deliberato atto di fantasia, in ribellione alla stringente contingenza della vita adulta in questo particolare momento storico.
Avevo preparato carta, penna e calamaio per stilare la lista dei desideri, per una volta in vita mia. Come forse saprai, non ti ho mai scritto, ho sempre diffidato di te e della tua capacità di introdurti nottetempo nelle abitazioni altrui. Mi sei sempre sembrato un testimonial pubblicitario, al limite un pusher, più che un custode dello spirito natalizio, ruolo che puntualmente usurpavi al vero protagonista: il Bambino Gesù.

“Salvatore svegliati,

Salvuccio druvigliti,

Totò, oh Turillu”

sento una voce nella semioscurità. Il fuoco del camino proietta un’ombra lunga e curva.
“Non ti muovere” dico, mentre traccio con il lapis la sagoma dell’ombra sul foglio che ho davanti.
Riconoscerei questo profilo tra mille.
Giacomo Leopardi mi scuote e mi trae dal sonno profondo nel quale ero piombato.
“Ancora con questa letterina a Babbo Natale?”
“Sai Giacomo, credo che non si sia stati mai davvero bambini se non si è scritto almeno una volta a quel vecchio ambiguo signore.”
“Sarà, io non ho mai scritto a Babbo Natale…”
“Ecco, aiutami a farlo, facciamolo insieme. Tu detti e io scrivo”.
È uno dei momenti più belli della mia vita, questo in cui mi trovo al tavolo del salotto, alla fiamma del camino, a scrivere una letterina a Babbo Natale con Giacomo Leopardi.

“Non si capisce dove tu voglia andare a parare…troppi giri di parole, vai al sugo di quello che vuoi dire. Se non ho capito male vuoi chiedere a Babbo Natale perché quest’anno non è nato Gesù Bambino”
“Sì Giacomo, una cosa del genere. Vorrei sapere perché non è arrivato nel Presepe”
“Bene, allora cancella queste parti e continua a scrivere, vai spedito, non farti distrarre. Io questo Babbo Natale non lo conosco, ma da quel che intendo, penso che ti capirà. Scrivi, non t’attardare.”

Ed è per parlare del Bambino Gesù che ti scrivo. Ho un dubbio. Non sono sicuro che quest’anno sia nato nel nostro Presepe. Anzi, presso la mangiatoia, che io sappia, non s’è fermato proprio nessuno.
C’era qualcuno ai primi di dicembre, ma poi i centurioni hanno fatto uno sgombero, con tanto di manganelli e lacrimogeni, e nei pressi del Presepe sono rimasti solo gli ultimi ritardatari dei regali, e quelli già proiettati sui prossimi saldi.
Vuoto, disabitato, il Presepe diventerà preda della prossima speculazione edilizia, ma intanto si è preservato il decoro, ci dicono. Ne fanno una questione di igiene pubblica, in quel tugurio le condizioni igieniche non sono delle migliori, non lo sono mai state, e ora finalmente – dicono – qualcuno ha avuto il coraggio di agire. In fondo lo si fa anche per il loro bene, li si manda via per salvarli, li si può benissimo sostituire con delle comode sagome di cartone, con statuine di cartapesta, gesso o materiali anallergici.

“Renderei il tutto meno contorto, ma intanto scrivi senza fermarti, non perdere tempo, continua. Evita le virgolette, smetti di scrivere in corsivo, scrivi come se fosse una corsa contro il tempo, come se ti stesse inseguendo un orso e corressi per salvarti la vita, scrivere come correre, per salvarti la vita. Non badare alle ripetizioni. Urla. Corri e urla. Non spezzettare le frasi e non temere l’anacoluto, anzi utilizzalo per andare avanti, per portare il pensiero più in là.”
Io continuo a scrivere, ma Leopardi è incontenibile, così confondo i miei pensierini per Babbo Natale con i suoi consigli e le parole di sprone. Arrivo alla fine del foglio con un minestrone di caratteri contorti, di parole illeggibili, le mie, la mia richiesta d’aiuto a Babbo Natale. La mia supplica di naufrago da scrittoio.

“Hai finito di scrivere? Natale è passato, adesso la tua lettera è inutile, non arriverà a destinazione fino al Natale venturo. Nessuno ha più in mente i buoni propositi adesso, né i buoni sentimenti”.
“Giacomo, quest’anno di buoni propositi, di buoni sentimenti, non ne ho avvertito punto”
“C’è un modo per far arrivare la tua letterina immediatamente a Babbo Natale; concludila con una degna formula di saluto, piegala, mettila nella busta, scrivi l’indirizzo esatto. Poi adagiala tra i ceppi del camino e guardala ascendere al Cielo, verso la dimora di Babbo Natale, e oltre, verso quella dello stesso Bambino Gesù. Perché sappi che il Bambino Gesù, per quanto l’abbiano ammazzato prima del tempo, è sempre lassù.”
Da tanti anni non inviavo una lettera scritta a penna e tenere in mano questa busta spessa, ben pasciuta, pronta per la spedizione mi emoziona davvero. Leopardi mette le sue mani tra le mie – “Su, spediscila” – e insieme avviciniamo la missiva alle fiamme crepitanti del camino. Il fuoco per un attimo sembra tossire, poi riprende ad ardere. In pochi minuti le mie parole, le mie richieste, i miei timori si sono arrampicati lungo la canna fumaria, fino a intercettare “a libiggiada friddusa” (come mia nonna chiamava il vento freddo del quale non si soffermava a indicare la provenienza) che le porterà a destinazione.
“Giacomo, è tardissimo, dobbiamo uscire, ci aspettano in Piazza per le prove dell’Open Mike”
“Non so cosa sia un Open Mike, ma sento che questa frase avresti dovuto dirla in dialetto. Che lingua è la tua?”
“Una lingua che non ho mai parlato davvero, che ho sempre citato, imitato, che ho azzannato, masticato, senza mai digerirla. Una lingua che mi manca, è il dialetto del mio paese, del ceppo gallo-italico, una lingua in via di estinzione. Tra qualche anno nessuno più ricorderà i suoi suoni. Per questo quando posso la tengo in bocca, come lo stucco dei ragazzi della Via Pál. Non so se hai presente…un vecchio libro per ragazzi, te lo leggerò domani.”
“Un dialetto per pochi eletti, siete rimasti in pochi, come in una società segreta.”
“Ti costringerò a farne parte, te lo farò insegnare dagli ultimi maestri. Andiamo!”

Leopardi più che camminare si trascina, ma è veloce. Immaginatevelo come più vi piace, imitatelo spostandovi per la stanza. Assumetene la postura, salutate le persone di casa, guardatevi allo specchio e fatevi un cenno di approvazione.
Arriviamo in Piazza col fiatone; al grande ceppo di Natale alcuni capannelli di persone arrostiscono salsiccia e braciole. Chiedo “Dove sono i ragazzi?” sapendo che chiunque capirà a chi mi riferisco. “Favorite!” ci rispondono, e prima che possiamo accettare o rifiutare ci ritroviamo con un bicchiere di vino in una mano e un panino nell’altra.
Dopo la merenda e quattro chiacchiere qualcuno ci dice “I visti scenni unni Calderone”

Attraversiamo la strada ed entriamo nell’ex Bar Sport, salutiamo e per tutta risposta ci dicono “Sutta so…”
Si sentono musica e voci, le prove dei brani che canteremo nell’Open Mike itinerante.

Per inciso, Open Mike – letteralmente “microfono aperto” – sarebbe un momento di esibizione dedicato alla musica, al cabaret o alla poesia, al quale ci si può iscrivere liberamente per mettere alla prova il proprio talento davanti a un pubblico. In paese, dopo qualche puntata nel garage di mia nonna Maria Adele, abbiamo deciso di riproporlo in forma itinerante, come pellegrinaggio tra i luoghi di aggregazione – solitamente davanti ai bar – dai Buemi, i Bizzò, a Santa Maria, davanti al Palazzo comunale, da Isidoro a Santa Nicola, al Bar Orchidea da Giovanni, al Bar di Angelina, al Pub, alle Streghe e appunto al Bar di Calderone. Qui ci sono diverse sale, che originariamente erano le cantine del vecchio palazzo nobiliare nel quale il bar si trova. Negli anni ’80 e ’90 le sale ospitavano un grande biliardo, il telefono a scatti, i primi videogiochi, e i giocatori di carte: ambienti fumosi con un’atmosfera vagamente carbonara, luoghi di rifugio per avventori di tutte le età. Un crogiuolo dal quale la gran maggioranza dei maschi novaresi passava prima o poi.

Leopardi ha qualche difficoltà a scendere i ripidi gradini che portano alla saletta interna, attira a sé tutti gli sguardi dei presenti. Sguardi di deferenza, più che di derisione, perché col suo incedere ricorda il compianto Cavaliere Buemi, Turillu Jejè. Per parlare di lui ci vorrebbe un racconto a parte, per cui adesso attendiamo che Giacomo sia arrivato al centro della scena e torniamo a noi.
Appena ci vedono ci mollano un foglio in mano e riprendono a cantare “Nomadi” di Franco Battiato, che abbiamo messo in scaletta su suggerimento di Ciccio Di Pao.
Cantare, leggere poesie e altri brani, ma soprattutto parlare, accendere la discussione con gli astanti, con gli avventori che incontreremo in ogni tappa, alcuni assiepati intorno ai fuochi accesi per strada, altri incuriositi dalla musica e dall’assembramento di persone. Abbiamo l’ambizione di uscire dall’ovvio, uscire umilmente dall’ovvio, dalla ripetizione stanca dei congegni dell’intrattenimento festivo. Essenzialmente vogliamo creare momenti d’incontro.
Stavolta le discussioni verteranno sull’opportunità di organizzare un Festival a Novara, cercando di non prendere il discorso di petto, ma di portare le persone a dire la loro liberamente, a palesare i propri gusti, le proprie mancanze, i vuoti cosmici.

Finita la canzone, una voce comincia a leggere una poesia di Peppe Buemi, “Pasolini”

Oltre Roma
e le sue molte pose. Oltre
il Papa e le sue molte chiese.

Egli sempre umile.
Egli, noi, suoi figli.
Egli, sempre abile.
Egli è l’indelebile.
Egli è Pasolini, venne come preso, da lapidare, venne come condotto su un grande altare, venne come bastonato, da sacrificare, venne come la verità, da sconsacrare, come l’onestà, da ripudiare, egli è Pasolini, venne come inchiodato, sul patrio onore, venne come innalzato, ludibrio e orrore, venne come schianto, schianto in terra sul tristo cuore.
Pasolini. Il diverso.
Pasolini, si è perso.
Pasolini è perverso.
Egli, sempre umile.
Egli, noi, suoi figli.
Egli, sempre abile.
Egli è l’indelebile.
Egli è oltre i fogli.
Egli, il gran poeta.
Egli, i suoi cartigli.
Egli, noi, bambini.
Egli è oltre la pietra. Pier Paolo Pasolini.*

Gettare la poesia in pasto al Bar non è consigliato, nuoce all’intrattenimento, ma qui stiamo facendo altro, stiamo allargando il cerchio. Un silenzio per nulla imbarazzato attira altri avventori provenienti da fuori. “Sedetevi, vi possiamo offrire qualcosa? Una Birra dello Stretto, un amaro? Stiamo facendo una scaletta di canzoni e poesie che domani porteremo in giro il 6 gennaio”

Peppe, Bruno, Marcello, Angela, Salvatore, Gabriele, Ugo, Chiara, Rosanna, Cristina, Ciccio, Graziella, Elisabetta, Renato, Raffaele, Alessandro, Demetrio, chi manca? Tornare a Novara è una forma di nomadismo masochista, perché Novara non ti lascia in pace, non ti fa fare il turista, ti chiede sempre qualcosa di più.

Facciamo “Spunta la luna dal monte…”, viene una meraviglia, tutt’u Bar la canta con noi.
“Caùsi, vignidi cà a suà”, una voce ci invita nell’altra saletta, quella che un tempo era luogo delle più animate e lunghe partite a carte dei popolani del paese. Restiamo tutti piuttosto sorpresi, perché da molto tempo non la vedevamo popolata. “Cantadini n’autra canzuna”. Mentre i musicisti accordano gli strumenti tutto il gruppo transita nello stretto corridoio, scende l’altra ripida scala e si ritrova intorno al tavolo dei giocatori. Sembrano fermi lì da decenni. “Stiamo iniziando l’ultima briscola, ma prima una suonata la sentiamo volentieri…com’era quella della luna dal monte?”
La luce è fioca, non si sa come i quattro giocatori possano vedere le carte. Nella stanza c’è un un tavolo da gioco, quattro facce scolpite, e noi ci mettiamo stipati intorno.
“Ma voi chi siete? Di chi siete figli? dove ve ne siete andati? Chi di voi abita qui? Tutti da fuori venite?” ci dice il più loquace dei quattro, una barba bianca e lunga, capelli lunghi, legati in un codino che finisce in una treccia. “Entrate, entrate tutti”. Peppe si spazientisce per questi modi bruschi, lui, il più fumino, non può fare altro che accendersi come un fiammifero, “Animiamo la serata…” “Ma che animate e animate, per quattro canzoni, vi sembra che state facendo qualcosa? Alle prime difficoltà ve ne siete andati dal paese e ora fate i turisti.”
A questo punto se non fossimo in tanti in uno spazio ristretto, potrebbe iniziare una rissa. Qualcuno accende la luce al neon; un fastidioso biancore bluastro riempie la stanza, ma permette di guardarsi meglio in faccia l’un l’altro.
Quando hai di fronte Dostoevskij non puoi far altro che mettere la coda in mezzo alle gambe e beccarti gli insulti.
“Io ho letto quello che scrivete – il paese sta morendo…lasciate che i morti seppelliscano i morti  – io vi prenderei a bastonate e vi rimanderei da dove siete arrivati.”
Non penso che quanto dice corrisponda al vero, ma certamente tocca un nervo scoperto.
Peppe non ce la fa a tacere, “e lei invece se ne sta qua a giocare a carte, senza fare nient’altro, come se fosse già all’obitorio. Anche io leggo quello che ha scritto tanti anni fa, ma poi cosa è successo?”

«Vi parlano molto della vostra educazione, ma qualche meraviglioso, sacro ricordo che avrete conservato della vostra infanzia, potrà essere per voi la migliore delle educazioni. Se un uomo porta con sé molti di questi ricordi nella vita, egli sarà al sicuro fino alla fine dei suoi giorni. E anche se dovesse rimanere un solo buon ricordo nel nostro cuore, anche quello potrebbe servire un giorno per la nostra salvezza. Potremo anche diventare cattivi un giorno, potremo anche non essere capaci di frenarci davanti a una cattiva azione, potremo ridere delle lacrime degli uomini e di coloro che dicono, come ha detto Kolja poco fa, “voglio soffrire per tutti gli uomini”, di quegli uomini potremo anche prenderci beffa con cattiveria. Tuttavia, per quanto possiamo diventare cattivi – che Dio non voglia – quando ricorderemo il giorno in cui abbiamo sepolto Iljuša, come lo abbiamo amato negli ultimi giorni della sua vita e come, in questo momento, ci siamo parlati da amici, stando tutti insieme presso questo macigno, allora anche il più cattivo fra di noi, anche il più cinico – ammesso che si sia diventati tali – non oserà, dentro di sé, ridere di quanto è stato buono e nobile in questo momento!»**

“Cos’è cambiato in tutti questi anni? Perché ormai passate il tempo a sputare sentenze e a parlare male degli stranieri?”
“Si deve pur sparlare di qualcosa, non possiamo stare sempre a sparlare dei paesani, sennò ci si guasta il fegato. Si ha bisogno di un nemico, lo sai. Eravamo qui ad aspettarvi e siete arrivati…questo è l’importante. Com’era la canzone della luna dal monte?”
L’Orchestra Dispersa comincia a suonarla e tutti la cantiamo senza urlare, quasi sussurrando.
Applausi, urla di approvazione. Dalla cima delle scale s’affaccia il signor Calderone, “Troppu bella”, dice col suo sorriso partecipe.
“Si potrebbe inserire qualche verso in novarese” suggerisce Leopardi.
“Benissimo!”
Il distico che ne viene fuori recita

Cori meu, mi ‘ngrasciasti la vita,
vuia u veu, mi lassasti l’aggidu.

E inoltre

Spunta la luna d’a Rocca…e ci mittimmu un puntillu…(ad libitum)***

Prosit.

È ormai l’ora di cena e dobbiamo fuggire a casa, ci salutiamo col proposito di rivederci dopo, intorno al fuoco, per continuare a parlare dell’Open Mike e del Festival, di come tornare a far qualcosa a Novara, qualcosa che non sia assecondare la routine.
Stringiamo la mano a Dostoevskij – domani si farà vedere? – e andiamo.

“Quel signore è uno scrittore russo” dico a Giacomo.
“L’avevo capito…è grande il mio rimpianto di non aver visto tutto questo, continuo a perdermi tutte le novità grandissime e novissime che incorrono nel futuro.”
“Sono convinto che tu non ti sia perso niente, in qualche modo tu avevi già visto in anticipo, desiderandolo, tutto quello che abbiamo vissuto finora. Adesso…”
“Adesso?”
“Adesso invece mi sembra che il rocchetto dei duecento anni che ci separano abbia finito il filo. Mi manchi amico mio. Mi manchi già e temo che non ti riconosceranno più, che già non ti comprendano. Temo che prima che sia domani tu sarai andato via.”
“Non capisco cosa susciti in te questo timore, tu pensa a leggere, per te e agli altri. Porta con te i libri che ti servono, trovane di nuovi. Fermati a scrivere”.
“Tu volevi scrivere una lettera a un giovane del XX secolo, vero? quanto avrei voluto essere io quel giovane. Invece adesso non sono più giovane.”
“Caro, ma io ti ho scritto, tante lettere, tante, tutte spedite per il camino. Pescale nel vento e leggile.
E scrivimi anche tu. Oppure scrivi a te stesso…Carissimo Me…inizia così, scriviti e attendi risposta.

Provo a chiamarti, ma non mi senti. Anche laggiù mi rivolgo a te, ma tu pensi che stia parlando con un’altra persona. Effettivamente è così, perché la te con cui parlo è andata via molti anni fa e tu non credi di essere quella persona. Ed io laggiù non so che tu sei tu e mi rivolgo a te senza sapere che effettivamente sei la persona con cui vorrei parlare.
Da quassù sento benissimo la tua voce e le tue parole, mentre le mie di laggiù restano mute. Con un telecomando provo ad alzare il volume, ma si alza solo la tua voce insieme ai rumori d’ambiente. Mentre la mia continua a essere muta. Non so più come parlarti. Non riesco a dirti che il momento più bello della giornata è quando spegni il neon e resti nella penombra della stanza.
Seduto sul bordo del buco nel pavimento della soffitta, che ormai è solo un gradino sopra il letto, ma aperto su un’oscurità conciliante. Tu spegni il neon e te ne stai al mio fianco. Io so che ci sei, ma non so che quella sei tu, non ti riconosco.
Provo ad accendere i fiammiferi, il primo, un altro, un altro, sono ancora tutti bagnati, ecco che uno prende fuoco e illumina la stanza. Mi sporgo in giù per guardarci meglio alla luce di questa luce più dolce. Io con gli occhi aperti, tu appisolata dopo la lunga giornata di assistenza. Tieni un libro sulle gambe. Provo a leggere il titolo, ma le parole sono segnacci incomprensibili. Mi sforzo ma non mi sembrano neppure grafemi. Non voglio svegliarti, ma vorrei parlarti, perché adesso tutto a un tratto un po’ di ricordi e di concetti mi sono tornati in mente.
Il fiammifero si consuma velocemente e comincia a ustionarmi i polpastrelli, ma continuo a tenerlo saldo tra l’indice e il pollice della mano destra. Non voglio mollarlo, perché so che altrimenti si spegnerebbe.
Ti guardo mentre dormi, mi guardo mentre fisso la parete.
Resisti, resisti!
Un dolore lancinante arriva dalla radice delle unghie a quelle dei capelli.
La fiammella si spegne.
E non ci siamo più.****


* Giuseppe Buemi,“Pasolini”

**Fëdor Michajlovič Dostoevskij, “I fratelli Karamazov”

***aggidu = aceto; puntillu = sostegno (u restu si capisci, no?)

**** dal racconto “Natale ad Agosto”, pubblicato nel n. 2 della raccolta Hitokoto

EXTRA

1.
La Lettera che mi ha lasciato Leopardi per scherzo:

Carissima signora
Giacché mi trovo in viaggio volevo fare una visita a Voi e a tutti li Signori Ragazzi della Vostra Conversazione, ma la Neve mi ha rotto le Tappe e non mi posso trattenere. Ho pensato dunque di fermarmi un momento per fare la Piscia nel vostro Portone, e poi tirare avanti il mio viaggio. Bensì vi mando certe bagattelle per cotesti figliuoli, acciocché siano buoni ma ditegli che se sentirò cattive relazioni di loro, quest’altro Anno gli porterò un po’ di Merda. Veramente io voleva destinare a ognuno il suo regalo, per esempio a chi un corno, a chi un altro, ma ho temuto di dimostrare parzialità, e che quello il quale avesse li corni curti invidiasse li corni lunghi. Ho pensato dunque di rimettere le cose alla ventura, e farete così. Dentro l’anessa cartina trovarete tanti biglietti con altrettanti Numeri.
Mettete tutti questi biglietti dentro un Orinale, e mischiateli bene bene con le vostre mani. Poi ognuno pigli il suo biglietto, e veda il suo numero. Poi con l’anessa chiave aprite il Baulle. Prima di tutto ci trovarete certa cosetta da godere in comune e credo che cotesti Signori la gradiranno perche (sic) sono un branco di ghiotti. Poi ci trovarete tutti li corni segnati col rispettivo numero. Ognuno pigli il suo, e vada in pace. Chi non è contento del Corno che gli tocca, faccia a baratto con li Corni delli Compagni. Se avvanza qualche corno lo riprenderò al mio ritorno. Un altr’Anno poi si vedrà di far meglio.
Voi poi Signora Carissima avvertite in tutto quest’Anno di trattare bene cotesti Signori, non solo col Caffè che già si intende, ma ancora con Pasticci, Crostate, Cialde, Cialdoni, ed altri regali, e non siate stitica, e non vi fate pregare, perche (sic) chi vuole la conversazione deve allargare la mano, e se darete un Pasticcio per sera sarete meglio lodata, e la vostra Conversazione si chiamarà la Conversazione del Pasticcio. Frattanto state allegri, e andate tutti dove io vi mando, e restateci finche (sic) non torno ghiotti, indiscreti, somari scrocconi dal primo fino all’ultimo.

La Befana

[Tratta dal volume delle Lettere di Leopardi, datata Recanati 6 gennaio 1810]

 

2.
L’ uomo antico
di Giuseppe Buemi

Al gelo della città
sento il bisogno
frenetico
delle persone
di là dalle persiane,
tranquillità.
Sento la storia
al focolare
e l’uomo antico
che pose fiamme
sopra l’altare.
Lontano
al gelo della città
è la metropoli
calderone
della nuova umanità –
ma sento in mano
il fuoco e l’agro
e come tutto
sia fatto
sacro.

In memoria di Salvatore Calderone

3.
Tutti i Racconti di Natale

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