Quest’anno voglio fare il Presepe, per ricordare la mia infanzia.
Quand’ero piccolo arrivava il momento, di solito l’8 dicembre, in cui mio padre predisponeva il “telaio per il Presepe”, con i cavalletti che reggevano un pannello di truciolato con un buco quasi al centro. Quel buco segnalava il posto del laghetto.
Mio padre non è mai stato un fanatico del Presepe, né un alacre artigiano della sua costruzione. Per lui non era un hobby, era una pratica para-religiosa. Innanzitutto lo chiamava Presepio, termine che mi ha sempre restituito un surplus di arcaismo, e per lui rappresentava la necessità di rispettare una tradizione. Con gli anni il “telaio del Presepe” è stato sostituito dal più pratico sparecchiatavola in noce, che veniva sgomberato dei suoi soprammobili e via via riempito dal rivestimento e da tutte le costruzioni, gli ingombri e i personaggi. Con l’avvento dello sparecchiatavola andò perso il buco per il laghetto.

Presepe-foto-Chiara-Ferrin

Foto di Chiara Ferrin

In soffitta ho trovato la vecchia scatola del Presepe di mio padre, con la scritta “Presepio” sul coperchio. Era la scatola che conteneva il vecchio Philco14” che tenevamo in cucina negli anni della mia infanzia.
Questo pastorello va qui, questo pastorello va qua, e nella capanna – che mio padre voleva un po’ bruciacchiata e intaccata dal fumo – nella capanna mettiamo il bue. E poi. E poi mi interrompono, all’inizio ridono – “che matto che sei, il Presepe ad Agosto…” – anche io potrei ridere per la burla, invece mi arrabbio, stizzito. Ma soprattutto perché non mi ricordo più. Non so come continuare a mettere insieme. Da qualche tempo ho cominciato a dimenticare il significato di alcune parole, la loro corretta collocazione nella frase, alcuni termini sono del tutto spariti dal mio bagaglio lessicale. Mi metto alla prova e scrivo quello che mi passa per la mente: rileggendo i periodi mi sembra che siano popolati di frasi fatte ed espressioni idiomatiche ripetitive e incoerenti. Ho l’impressione di non riuscire a mantenere il filo del discorso. Mettere un punto mette in crisi l’intero svolgimento del pensiero che continuamente si accartoccia su se stesso: ho una voglia improvvisa di utilizzare il punto e virgola: avrò fatto bene a usarlo? E i due punti sono collocati in modo corretto? Temo di aver utilizzato troppe volte l’aggettivo “corretto” e il verbo “utilizzato”. Ma saranno effettivamente aggettivo e verbo? Forme grammaticali e sintattiche mi si confondono orribilmente in testa prima che sulla pagina. Vorrei ripassare le basi della grammatica della sintassi. Adesso. Non riesco a esprimermi oltre. Ho un attacco di panico, mi manca l’aria ad ogni parola in più che scrivo. Non più usare il “che” e neanche le virgolette – questi segni grafici così abusati, orribilmente, anche nel linguaggio verbale. Così come i trattini: me ne trovo tanti sotto la punta della penna e non so collocarli. Oddìo, “collocarli”. I pastorelli del Presepe cercano di suggerirmi una collocazione, ma. Il “ma” mi infastidisce. Un tempo amavo la preposizione avversativa, era la mia preferita. Come l’anacoluto – che la mia insegnante del Liceo mi segnalava sempre come errore, anche quando era innegabilmente funzionale alla trasmissione di una precisa sfumatura del pensiero. Avversative e anacoluto, due sfumature ripetitive che adesso aborro e detesto. Ho appena detto detesto con due “t”, “dettesto”, poi mi sono corretto. Mi fermo e mi metto alla prova: eseguo con difficoltà una serie di semplici addizioni. Mi diagnostico una non ben precisata sindrome neurologica. Ma non lo dico a nessuno. Sindrome sarà la parola giusta? “Parola” sarà appropriato?
Per illuminare questo racconto ci vuole un fiammifero. Ne tengo sempre un pacchetto nella tasca interna della giacca. Provo a cercarlo, eccolo. Trovo il pacchetto, ma è tutto bagnato fradicio. Anche io lo sono, galleggio sul pelo dell’acqua con i vestiti pesanti che non riesco a sfilare. È notte fonda e sono su un lago, forse. Dovrei opporre resistenza, mi dimeno, ma è piacevole essere portati via dalla corrente, se non stai troppo a pensarci. “Lasciati andare! Su, lasciati andare!”
Mi lascio andare e proseguo. Come scorre l’acqua, come mi porta oltre, in silenzio, com’è buia questa notte senza luna, com’è dolce quest’acqua. Come accelera, come scende veloce, come scroscia adesso. Riesco per un soffio a non cadere di sotto, che vertigine! Riesco ad aggrapparmi a un bordo. L’acqua precipita sotto, entra come dentro un grande scolo che porta via tutto quello che riesce a strappare dalla sua sede. Sono nella buia soffitta di casa dei miei nonni. L’acqua non ha riguardo per gli oggetti che trova nel suo passaggio: libri, sedie, fogli, carte geografiche, vecchi quadri, il triciclo di mia sorella, le vecchie foto di famiglia raccolte negli album, quelle sfuse, la maggior parte, ordinate in eleganti scatole da scarpe. Un’acqua placida, ma risoluta. Irrispettosa e menefreghista. Precipita di sotto e con essa tutti gli oggetti via via più grandi e pesanti che non riescono ormai a resistere alla corrente. Io resisto, mi viene semplice. Tutto precipita e io resto su un bordo di pavimento, su una parete che viene su dal basso. C’è un buco in mezzo alla stanza e dentro finisce tutto quello che l’acqua riesce a portare con sé. Ovvero tutto ciò che vedo.
Guardo in basso, e io sono lì. Mi piove sulla testa, lo vedo bene. Sono steso su un letto senza la minima idea di essere sopra di me. Provo a chiamarmi, ma non mi sento. “Alza la testa, sono qui! Spostati”. Come se nulla stesse accadendo resto impassibile, seduto in un letto dalle candide lenzuola, in una luce al neon. Non sembro preoccuparmi di tutta l’acqua che mi finisce sopra, degli oggetti e dei mobili che pericolosamente stanno precipitando. Sembro calmo. Se non mi preoccupo io, allora nemmeno io mi devo preoccupare. Perché dovrei? La stanza in basso sta sprofondando. Vedo la scena giù come da un buco della serratura. Tanta luce e contorni sgranati.
Quanta acqua, quanto scorre! Non accenna a placarsi, lenta e solenne. A precipizio, come da una cascata. Ormai la soffitta è completamente vuota. Io resto seduto sul bordo superiore della stanza, che ormai sembra un pozzo dalle pareti altissime. Quassù tutto e buio, mentre sotto c’è una luce fastidiosa. Lei mi prende per mano e mi fa scendere dal letto. Mi siedo su una sedia mentre lei cambia le lenzuola. Siamo stati insieme per anni e adesso mi sta accanto per assicurarsi che tutto quello che ho in testa venga smaltito nel modo corretto. Emozioni buone in un apposito cassonetto, emozioni cattive in un altro, errori in un altro, rimpianti in quello accanto, rimorsi e sensi di colpa tra i rifiuti speciali. Lei, senza saperlo, sta lì a presiedere allo stoccaggio. A dire il vero non mi ricordo il suo nome, provo, provo a ricordarlo, ma non mi viene in mente neanche un’ipotesi. Però la sento così vicina che mi rivolgo a lei con un tu. Allora ti chiamo, ma tu non guardi mai in alto. Ti chiamo e invece di guardarmi tu mi guardi, ma laggiù. Dove io non posso sapere che sei tu a guardarmi.
Provo a trattenere tutto ciò che ho e tutto ciò che so. Ma tutto, proprio tutto è precipitato di sotto. E di sotto non so cosa farmene. È come avere l’acqua in casa e il rubinetto fuori. Io sono fuori e più apro il rubinetto, più l’acqua scorre dentro.
I ricordi della mia famiglia, le emozioni di tutta la mia vita, la storia del nostro Paese, tutte le cose buone fatte insieme per essere felici insieme, tutti gli errori commessi sono precipitati dove non posso utilizzarli. Vorrei lasciarli in eredità, ma non posseggo più niente. Oltre questa consapevolezza cristallina e disarredata non mi resta nulla. So come sto di sotto, mi vedo bene, ma non posso fare più niente per cambiare la mia condizione, perché la mia volontà è quassù e tutti i miei ricordi sono giù, dove non sono più fatti di una sostanza che riesca a veicolare.
L’acqua adesso smette di scorrere, sento ancora il culo bagnato, ma il pavimento della soffitta si sta asciugando già. Le pareti della stanza in basso si sono ritirate e adesso il pavimento della stanza è a un saltello da me. Io sono solo a un metro da me, forse anche meno. Mi sembra di essere a letto, in un letto sopra il letto, del quale il letto e la stanza sotto sono solo il pavimento emotivo.
Tu mi accarezzi i capelli e mi inviti a tornare a stendermi, assecondo il tuo invito come se arrivasse direttamente dal mio cervello. Adesso non sento più il culo bagnato.
Provo a chiamarti, ma non mi senti. Anche laggiù mi rivolgo a te, ma tu pensi che stia parlando con un’altra persona. Effettivamente è così, perché la te con cui parlo è andata via molti anni fa e tu non credi di essere quella persona. Ed io laggiù non so che tu sei tu e mi rivolgo a te senza sapere che effettivamente sei la persona con cui vorrei parlare.
Da quassù sento benissimo la tua voce e le tue parole, mentre le mie di laggiù restano mute. Con un telecomando provo ad alzare il volume, ma si alza solo la tua voce insieme ai rumori d’ambiente. Mentre la mia continua a essere muta. Non so più come parlarti. Non riesco a dirti che il momento più bello della giornata è quando spegni il neon e resti nella penombra nella stanza.
Seduto sul bordo del buco nel pavimento della soffitta, che ormai è solo un gradino sopra il letto, ma aperto su un’oscurità conciliante. Tu spegni il neon e te ne stai al mio fianco. Io so che ci sei, ma non so che quella sei tu, non ti riconosco.
Provo ad accendere i fiammiferi, il primo, un altro, un altro, sono ancora tutti bagnati, ecco che uno prende fuoco e illumina la stanza. Mi sporgo in giù per guardarci meglio alla luce di questa luce più dolce. Io con gli occhi aperti, tu appisolata dopo la lunga giornata di assistenza. Tieni un libro sulle gambe. Provo a leggere il titolo, ma le parole sono segnacci incomprensibili. Mi sforzo ma non mi sembrano neppure grafemi. Non voglio svegliarti, ma vorrei parlarti, perché adesso tutto a un tratto un po’ di ricordi e di concetti mi sono tornati in mente.
Il fiammifero si consuma velocemente e comincia a ustionarmi i polpastrelli, ma continuo a tenerlo saldo tra l’indice e il pollice della mano destra. Non voglio mollarlo, perché so che altrimenti si spegnerebbe.
Ti guardo mentre dormi, mi guardo mentre fisso la parete.
Resisti, resisti!
Un dolore lancinante arriva dalla radice delle unghie a quelle dei capelli.
La fiammella si spegne.
E non ci siamo più.

[Racconto pubblicato sul n.2 di Hitokoto, RIFIUTI]

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Il treno è partito. Il vento porta via odore di polvere da sparo, un pizzicore al naso se ne va. M. può sentire gli angeli analfabeti chiamarlo per nome e cognome. Il suo cognome che dai tempi delle superiori non sentiva più. Cancellato, asportato, dimenticato.
M. ha appena sparato a un treno che stava partendo. Un rimbombo che nello sferragliare s’è perso un po’, ma che ha fatto sussultare tutta la stazione.
Non te ne andrai!

Massicciata-foto-ChiaraFerrin

Massicciata – foto di Chiara Ferrin

Il cappello rosso del capostazione è caduto, un tocco impercettibile al binario 3, caduto di mano: stoc. A terra. 20 corpi che si strisciano al suolo temendo il peggio. Un bambino lecca la sua palla di gelato gusto crema e si sporca un po’ il naso.
M. come ti è venuto in mente di far così vento?! Cosa ti è passato per la testa quando sei andato alla stazione con la pistola? Che pistola? Dove l’hai presa?

Sbatte la porta dell’ex sala d’attesa di I° classe, una suora è appena uscita in strada, ignara, ha solo sentito una specie di battito tra il fischi del treno e lo sferragliare di carri merci al binario.

Ho bisogno d’aiuto!

La polvere s’alza come un velo funebre.

Tu tun- tu tun
Tu tun- tu tun

Una scia di sangue sottilissima come un filo d’arianna scorre indietro via dal treno. Coi pensieri vaghi dei passeggeri.

Ho bisogno d’aiuto!
Puzzo di frizione bruciata si spande con volute di cristallo.

Ho bisogno di scappare.
Ho bisogno.

Il treno non si ferma.
Si fermerà fra qualche chilometro che intanto slitta veloce. Qualcuno tirerà il freno di emergenza.

Ho bisogno di andare a pulire la pistola. Cotton fiocc…svitol, passare un panno con un ferro da maglia.

M. resta come una statua al binario 3 di questa stazione. Potreste incontrarlo anche voi.

Ho bisogno di dormire un quarto d’ora.

Ha fame, sete, sonno, voglia di fuggire, necessità.
Un uomo sul treno è morto, lui lo sa. Non ne ha la certezza dei fatti, nessuno gliel’ha detto. Ma lo sa. L’ha capito dal giro che il vento ha fatto intorno al rimbombo del suo sparo, tra lo sbuffo di fumo che la pistola ha prodotto.

Come posso fare?

All’uscita di una galleria il treno si fermerà, in aperta campagna, in una gola tra montagne di roccia grigia – Un passeggero avrà tirato un freno d’emergenza. Poi ripartirà verso la prossima stazione.

Un morto, M sulla coscienza non ce lo dovresti avere. E adesso pesa, sporca, graffia. La tua coscienza di pan di spagna, che assorbe le lacrime come il sangue.

Ho bisogno di una sedia, almeno una sedia.

M si sbottona la camicia e pensa a come “non far più morire quella persona sul treno”: fuori dalle sue possibilità.

Se saluti una partenza con un colpo di pistola, mira in aria, mira dove non c’è nessuno, mira verso il cielo. Mira.
Non basta tirar su l’arma e premere. Il grilletto s’inceppa una frazione, la mano si muove un millimetro, il corpo perde quel millesimo…e poi il rinculo, la resistenza dell’aria, l’intralcio di oggetti esterni non considerati, e il proiettile prende una traiettoria sua che tu non potrai più controllare.

Non ce la faccio più.
Non ce la faccio più.

Due colpi, due scatti di grilletto fanno due volte girare il tamburo. A vuoto. C’era un unico proiettile.
E’ un colpo al cuore questo restare in vita mentre due agenti della Polfer imboccano il sottopassaggio per venirlo a bloccare.

Treno-foto-Chiara-Ferrin

Foto di Chiara Ferrin – http://www.chiaraferrin.com

[Racconto pubblicato sul n.1 di Hitokoto, TRENI. Qui il pdf on line https://goo.gl/ESU15c]

 

Ho letto alcuni racconti di Borges, di quelli che fanno venire il mal di testa.
Il più cervellotico e complicato è quello composto da una singola pagina bianca non corrotta dall’inchiostro e dal pensiero. Ha il colore della luce che contiene in sé tutti i colori e dietro le tende cela un labirinto non percorso da passi di uomo.
Ho faticato a vederlo dietro le tende serrate e ancor più nel bianco incorrotto della pagina. Ho dovuto chiudere gli occhi, e ancora adesso mentre ricordo li tengo chiusi.
Al centro del labirinto che era una pagina bianca c’era una parete illuminata dal riflesso del foglio. A stento sono riuscito a leggere quello che c’era scritto, e che costituiva tutto il racconto. Un’unica frase, all’interno della stanza più interna del labirinto: “Voglio tornare bambino e imparare a giocare”.
Ho chiuso gli occhi per vedere se ci fosse una frase successiva e continuo a tenere gli occhi chiusi adesso nel ricordo. Il racconto finiva lì e nella pagina seguente ne iniziava un altro.
Provando a rileggerlo non ho più trovato la frase scritta sulla parete bianca del labirinto celato dalle tende al centro della pagina bianca.
Apro gli occhi e il racconto resta immutato. Il labirinto al centro della pagina, il libro in alto a sinistra nello scaffale della libreria ed io ancora al di qua della soglia di casa ancora esito a giocare.

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Giardini Ducali di Modena – Foto di Chiara Ferrin

Ci riproviamo, seconda edizione dell’Open Mike a Novara di Sicilia nel garage di Maria Adele a San Sebastiano. Un luogo che negli anni ha ospitato in modo informale le attività più disparate, accogliendo amici, comitive di passaggio, riunioni, incontri, grazie alla generosità spontanea e allegra di mia nonna Maria Adele. Un luogo aperto che vogliamo mantenere tale, nonostante lei non ci sia più.

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Grafica di Elisabetta Truscello

Ci vediamo sabato 26 marzo a partire dalle ore 16.00 per continuare quello che abbiamo cominciato l’anno scorso, fuori dall’ovvio, con il contributo artistico e la presenza di chi è a Nuvara in questi giorni.
Chiamatelo evento, se vi piace e se così vi è più chiaro, ma è più che altro un incontro, dove ciascuno può esibirsi, se vuole, e dove vogliamo parlarci, guardarci negli occhi e condividere piccoli frammenti di arte, musica, cultura. Tutto a dimensione domestica, anzi, da garage. Potete contribuire portando una esibizione, oppure cibi e bevande per banchettare insieme. Il garage è di dimensioni ridotte, per cui chiediamo di farci sapere se porterete altri amici (che comunque sono ben accetti).

giovani_cieli

Giovani cieli all’open mike

L’anno scorso abbiamo ascoltato musica blues, letto poesie, guardato foto, parlato di Opera Lirica, visionato progetti di grafica, chiacchierato e bevuto insieme, parlato di piccoli paesi e visto il documentario di Franco Arminio sulla loro vita. Insomma, niente di scontato, ma a portata dei nostri desideri.

A cosa servono i piccoli paesi? OPEN MIKE Nuvara of Sicily / iniziamo con #slideblues #garage #novaradisicilia

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Vi aspettiamo, non siate timidi 😉
La scaletta sarà decisa sul momento.

Qui l’evento Facebook

Per adesioni e info fermateci “a cantuea d’a chiazza” oppure commentando questo post.

Io oso
Inventare una nuova parola
Che abbia un senso chiaro e prezioso:
A un sostantivo aggiungo oso
E subito l’effetto è strepitoso.
Oso a cascate
Oso a profusione
Oso oso oso oso oso.
È questa la parola, non vi piace?
Al nulla aggiungo oso
Ed ecco oso, è anche un verbo
Però che cosa importa.
Se la useranno in tanti entrerà nel dizionario
Ne parlerà la radio e la televisione
Come quell’altra parola nuova
Inventata per errore a scuola:
Non oso invidia, la mia è ironia,
Mi fa ridere la maestra, la Crusca e tutti noi.
Bambino mio, te lo dico con il cuore
se sente petaloso, il fiore muore.

In gioco_foto Chiara Ferrin

Il polsino è l’unità di misura degli scritti della vita quotidiana, può accogliere appunti veloci e racconti estemporanei, la lista della spesa e il conto delle spese emozionali. Cerchiamo lembi di stoffa e porzioni di parete, per lasciare una traccia tangibile del nostro passaggio, visibile a noi stessi prima che agli altri.
Sarà questo l’autobiografia? Il tentativo di scrivere come abbiamo vissuto per poterlo migliorare? Qualcuno dice che scrivere sia riscrivere. E se è vero che spesso riviviamo le medesime situazioni problematiche finché non le abbiamo risolte dentro di noi, allora scrivere della nostra vita è un tentativo di delineare una via d’uscita dal labirinto, è un seguire il filo d’Arianna che si è imbrogliato. Una debita riappropriazione del nostro vissuto, una riscossione del credito che abbiamo lasciato alla vita.

Dall’8 febbraio al 14 marzo, tutti i lunedì presso la sede dell’Associazione Insieme a Noi a Modena, lo facciamo in gruppo, perché la riappropriazione sia multipla e condivisa.
Laboratorio di Scrittura Autobiografica: ci accostiamo a un testimone ad armi pari, o meglio disarmati, foglio e penna e le nostre vite, e in maniera libera scriviamo e leggiamo. Ciascuno ha il suo polsino dal quale ricopiare porzioni di vita, e insieme

Per l’Associazione questo è il terzo ciclo di incontri, il primo per me da conduttore. Ho mutuato il titolo di una raccolta di Bulgakov, i suoi “Appunti sui polsini”, per immaginare il brandello minimo che può raccogliere i nostri scritti. Un supporto a portata di mano, in tutte le occasioni.

Il Laboratorio è gratuito e fa parte delle molteplici attività che l’Associazione di Familiari e amici di pazienti psichiatrici Insieme a Noi organizza a Modena. Un’attività intesa a far conoscere i problemi della salute mentale, promuovere i diritti di cittadinanza dei pazienti psichiatrici e l’inclusione sociale.

Laboratorio Scrittura Modena

Laboratorio di scrittura autobiografica
Tutti i lunedì dall’8 febbraio al 14 marzo 2016

Dalle ore 15.00 alle 17.00
Presso la sede dell’Associazione Insieme a Noi
Via Albinelli, 40 – Modena

Per info e iscrizioni:
347 2236298
insiemeanoi.mo@gmail.com

 

Evanescente come il fumo o persistente come una cicatrice, la memoria è oggetto e soggetto al tempo stesso, è la facoltà di ricordare e il ricordo, è la bussola che ci consente di orientarci e il fardello che ci fa attardare nel proseguire oltre, è la mappa che ci permette di tornare a casa e la punizione che dobbiamo scontare se la perdiamo.

La memoria è una valigetta che puoi custodire in soffitta per decenni e aprire in un pomeriggio d’inverno, mentre stai risistemando casa, o nel bel mezzo di un trasloco mentre scegli cosa buttare. Oppure è sempre con te e di tanto in tanto la apri, come per entrare in dialogo con un altro tempo. Apri la valigetta e ti rendi conto che gli oggetti che contiene sono ancora d’uso comune, le suppellettili che vi ritrovi dentro potrebbero appartenere a qualsiasi bambino in fuga con la famiglia sui crinali dei confini della nostra Europa.

La valigetta blu“La valigetta blu” è il titolo dell’ultimo romanzo della scrittrice Cleide, racconta la storia vera di una bambina di quattro anni che, alla caduta della Repubblica dell’Ossola nell’ottobre del 1944, si ritrova profuga in Svizzera, parte di un esodo che ha coinvolto più di tredicimila persone. Un romanzo autobiografico, ricordi personali fortemente impressi e memorie di famiglia orgogliosamente custodite.
Un libro scritto con pudore, ma che contiene la memoria cristallina di un pezzo di Storia.

L’ho letto qualche settimana fa e l’ho presentato a Modena presso la libreria Emily Bookshop domenica 24 gennaio. Quando ho chiesto all’autrice quando avesse cominciato a scriverlo, quale fosse stata la genesi del romanzo, mi ha detto “da subito, è una storia che ho avuto sempre presente da allora”.

Cleide è nata a Domodossola e vive a Modena pur mantenendo un rapporto costante con la propria terra. Una terra di confine dove tra il settembre e l’ottobre del ’44 si costituì una delle esperienze più vitali della Resistenza, con la liberazione di un ampio territorio tra il Lago Maggiore, le prime propaggini del Monte Rosa e la Svizzera, e con un organizzazione che del futuro ordine democratico aveva incarnato i principi.

“Del resto immagino che tutti i manoscritti vengano trovati in una bottiglia” scriveva Elio Vittorini nella Nota conclusiva di “Conversazione in Sicilia”, dopo aver attestato che il suo libro non era autobiografico. Ed è proprio così, tutti i manoscritti vengono trovati in una bottiglia, o in una soffitta insieme ai ricordi, e una volta pubblicati non appartengono più all’autore, ma alla letteratura. Come dire, ai lettori. E anche “La valigetta blu” ci appartiene. L’autrice lo ha condiviso attraverso una scrittura in terza persona che ci dice “è la storia di quella bambina di quattro anni, non più la mia”.

Ho finito di leggerlo e mi sono tornati in mente i ricordi di mia nonna, le storie di guerra che ci raccontava da bambini e che aspettavamo, sempre uguali, più di ogni fiaba. Tre donne sole, gli uomini al fronte, i bombardamenti a tappeto, i rifugi e gli allarmi antiaerei, la valeriana della bisnonna, quella bomba che è caduta in un palazzo per tre piani ed è rimasta inesplosa, la sfilata di carri armati coi soldati e le bandiere, le gallette e la cioccolata offerta ai bambini, gli americani, i negri e gli scozzesi col gonnellino. Un uomo dalla barba incolta che bussa alla porta della casetta nel quartiere San Sebastiano – i vestiti sporchi e stracciati  e la manica della giacca piena di zucchero, come un sacco improvvisato. La fine della guerra. Ognuno di noi può portare giù dalla soffitta la sua storia familiare, più o meno lontana nel tempo, i ricordi dei nonni col dolore e le peripezie. Il libro di Cleide non indugia in retorica, non drammatizza il vissuto.
La fuga di notte, il viaggio in treno, il soggiorno nei campi, le trafile burocratiche prima del ritorno.
La bambina di quattro anni ha attraversato quell’esperienza sotto la protezione di una madre giovane e di nonni prudenti e amorevoli. Quella bambina che accompagna il lettore è passata sul confine della sofferenza sfiorandola, ma tornando indietro sana e salva.
Adesso altri bambini attraversano i confini per terra e per mare per mettersi in salvo. Tra settant’anni forse qualcuno ne scriverà, ma altri nipoti avranno il privilegio della memoria. I nostri avranno quello dell’oblio.

“La valigetta blu” di Cleide – Il romanzo si può acquistare anche on line sul sito dell’Editore Guaraldi.

Approfondimenti:
Repubblica partigiana dell’Ossola – Wikipedia
Rai Storia

  • Mi sembra che il Paese sia in agonia, in fase terminale
  • Io voglio accompagnarlo fino alla fine
  • Lasciate che i morti seppelliscano i morti, diceva Gesù da grande

Mi ero ripromesso di non scrivere niente sullo “scendere” al Sud, sul senso di appartenenza, sull’identità e le risorse e lo spreco e le occasioni e le clientele e lo status quo. Avrei voluto scrivere qualcosa sullo spirito natalizio, magari raccontandovi di quando ho scoperto che Babbo Natale è il mio alter ego. L’ho incontrato la notte del 23 in cucina, al buio, illuminato solo dalla luce del frigo nel quale cercava un goccetto da bere, troppo stressato dalle incombenze della Vigilia per non sentirsi inadeguato al compito, in un’epoca nella quale i droni vi portano i doni in salotto meglio di renne e piccoli aiutanti dalle orecchie a punta.
Avrei voluto citare il racconto “Natale” di Friedrich Durrenmatt e i suoi famelici incontri. Oppure avrei ripreso il filo del racconto dell’anno passato, buttando giù qualcosa di disordinato, come tutti i racconti di Natale. Disordinati come una casa di 60 mq dove si abita in nove e si cena in venti, esagerati come un pranzo poli-familiare dove tutti i “cuochi” devono portare la loro quantità di cibo, senza ritegno. Un racconto sprecone e sprecato, nel quale piccole suore possono suonare i Doors all’organo e le nonne possono “battezzare il tempo” e fare incantesimi per liberarci dal male.

Poi ho letto un articolo de L’Internazionale (ve lo linko alla fine) e questo ha prodotto una confusione che mi ha imbrogliato i tasti della macchina da scrivere. Sono un pendolare dell’anima e il mio proposito di lasciare da parte le solite questioni dell’emigrante che torna a casa, e che si confronta con quello che ha lasciato, è andato a farsi benedire. Visto il periodo è comunque l’azione più appropriata alla quale possiamo vicendevolmente sottoporci. Andiamo tutti a farci benedire. Benediciamoci a vicenda, noi e le nostre famiglie. Benediciamoci e allarghiamoci, moltiplichiamoci e spostiamo più in là i pali del nostro recinto. Oppure togliamolo del tutto il recinto, se questo ci rende prigionieri e ci esclude.

La mia canzone di Natale 2015 (inizio con titoli di coda)

Chi parla di Tradizione forse non conosce la Storia, dice Tradizione, ma intende Riduzione, una becera semplificazione nella quale molti di noi sono solo semplici consumatori.
Il Presepe diventa simile a un plastico, a un gioco di costruzioni, materiale decorativo d’arredo, roba da Brico più che da “memoriale della nostra salvezza”. La casa di Barbie e il Castello dei Lego, i velieri nelle bottiglie (che belli i velieri nelle bottiglie!). I simboli che il potere di suggestione dell’iconografia ci presentava si sono ridisegnati in riproduzioni inoffensive, quasi in loghi. Il “fanciullo” profetizzato da Isaia e presentato dai Vangeli in una mangiatoia è diventato una statuetta-souvenir perfettamente riconoscibile, lo sappiamo.

Ha un bambinello diverso
Un bambinello riverso
A faccia in giù sul bagnasciuga
Il mio Presepe

Non è una comparsa
È comparso come un’alga
Un detrito, non c’è muschio
Ma sabbia e scogli
Nel mio Presepe.

Caravaggio_Adorazione

Non siamo riusciti a decifrare il labiale – “Adorazione” di Michelangelo Merisi da Caravaggio

I piccoli aiutanti di Babbo Natale quest’anno stanno girando per il mondo a scambiare i Bambinelli di materiale inerte con Bambinelli di carne e fiato, anche se ormai inerti. Bambinelli non più sorridenti, braccia al cielo, ma riversi e dormienti. Sognano forse i nostri Bambinelli, e in questo ci sono fratelli, perché anche noi sogniamo, al di là del muro. Non abbiate paura se nel vostro Presepe in salotto troverete il Bambinello nuovo, quello morto ma vivo. Provate a prenderlo in braccio – con molta cura – liberatelo dalla prigionia delle acque e cullatelo, insieme ai vostri familiari.

Seconda canzone di Natale 2015 (senza paura)

Parlo in modo maldestro di identità, qual è la Cultura “Occidentale e Cristiana”? Cosa aggiunge al nostro essere efferati costruttori di muri? E l’essere “emigranti” cosa aggiunge e cosa suggerisce al nostro restare abbarbicati alle Tradizioni? Diciamo “Tradizione”, ma sulle nostre bocche suona “semplificazione”, scegliamo le caratteristiche più funzionali alla riproduzione del controllo e a una devozione spicciola fatta di luci e musichette, ma sorda ai silenzi dei Bambinelli dei Presepi reali.

Molti di noi sono emigranti, cittadini del Mondo. Anche se il Mondo non lo sa o forse non ci vuole, perché non ci conosce e non sa ancora se possiamo essere ingranaggi affidabile e funzionali. “Gireranno bene? Funzioneranno come si conviene?” si chiede il Mondo. Molte volte funzioniamo bene: scendiamo per le feste comandate, ci rassegniamo a essere corpi estranei.

E noi ci affaccendiamo per funzionare, coi nostri Presepi prefabbricati, che usiamo come armi per opporci al diverso che ci fa paura. Li riempiamo di costruzioni, suppellettili, di un proliferare di personaggi, una folla superflua di villeggianti. A limite li consegniamo a Istituti Scolastici che non hanno la carta igienica. Brandire un Presepe come un’arma fa di noi degli Erode. Un personaggio che avrebbe pieno diritto di cittadinanza nelle nostre innocue riproduzioni.

Il mio Natale è cominciato con un paio di brindisi che ci siamo concessi con Arturo Bandini e con Marcello. Arturo Bandini lo conoscete dai romanzi di John Fante e non ha bisogno di presentazioni, Marcello è l’inventore dello Sguincers e questo è tutto. Entrambi mi hanno detto “Chi ti pozzu offri? Se vuoi ho il Vermouth”. Benissimo, u Vermuth è perfettu. “Stile Confraternita”. Sì, stile Confraternita. Non del Chianti, ma proprio le Confraternite di tradizione medievale e poi cinque-seicentesca, diffuse anche al mio paese. Tu ivi ‘nta “sciabica”, eu ‘nte “mastri”, ma a tutti i dui alla fine delle processioni offrivano Vermouth e biscotti. Fin dalla più tenera età. Per questo il sapore del Vermouth ci riporta all’inebriamento dell’infanzia. I calici si sono avvicinati quel tanto da produrre il tintinnìo che ha dato il LA all’incontro. Coraggio, da qui al futuro. Bandini è appena diventato padre e di Coraggio ne ha bisogno, perché al di fuori dei racconti non sempre è semplice districarsi nella trama.

Pensavamo di essere costretti a scegliere tra fuga e resistenza. Ma non è così.
Paese mio, ti immagino e mi dimentico che sei tu che stai immaginando me. E per compierti devo compiermi.
Tra qualche giorno ripartirò. Oggi ho fatto vedere le Isole Eolie ai miei parenti lontani tramite la video chiamata di Messenger ed è stato per loro come avvistare l’America dal pennone di una Caravella.

Terra!
Qualcosa abbiamo visto, navighiamogli incontro.

THE END
Titoli di coda

Terza e ultima canzone di Natale 2015 (finale mosso)

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LETTURE 

Natale, di Freidrich Durrenmatt
Era Natale. Attraversavo la vasta pianura. La neve era come vetro. Faceva freddo. L’aria era morta. Non un movimento, non un suono. L’orizzonte era circolare. Nero il cielo. Morte le stelle. Sepolta ieri la luna. Non sorto il sole. Gridai. Non mi udii. Gridai ancora. Vidi un corpo disteso sulla neve. Era Gesù Bambino. Bianche e rigide le membra. L’aureola un giallo disco gelato. Presi il bambino in mano. Gli mossi su e giù le braccia. Gli sollevai le palpebre. Non aveva occhi. Io avevo fame. Mangiai l’aureola. Sapeva di pane raffermo. Gli staccai la testa con un morso. Marzapane stantio. Proseguii”.

I miei Racconti di Natale
Buon Natale

“La fine dell’anno e del mondo, viste dalla provincia”
Articolo di Giuseppe Rizzo per L’Internazionale

Rembrandt

“- Chissà se torneremo mai in Galilea? – La Galilea ce l’abbiamo tra le braccia” dialoghi immaginari sul “Riposo nella fuga in Egitto” di Rembrandt

Un maestro del Teatro italiano, da incontrare a Modena, accade il 20 novembre a “La corsa di fuochi”, in quel luogo magico che è il Drama Teatro di Viale Buon Pastore, 57. Siateci!

Drama Teatro

Inizierà il 20 novembre alle 21:00, la terza edizione di La corsa di fuochi.

Il primo appuntamento sarà l’incontro con Giuliano ScabiaCanti cavallo e fuoco. Dai Canti del guardare lontano al cinepoema Salita alla montagna Etna con visione del fuoco.

Scrittore, poeta, drammaturgo, narratore dei propri testi, è protagonista di alcune tra le esperienze teatrali più vive degli ultimi decenni.
In Canti di cavallo e fuoco il protagonista è il vento. È il cavallo che porta il vento, che va col vento. Il vento anima anemos, il respiro, il fiato, verso l’avventura.  Dice Scabia:

Il teatro è un carro pieno di vento/come un bar per gli amici/un luogo dove mi reco/e racconto qualcosa a qualcuno/che dia nutrimento.

Il vento è anche nelle parole l’ultimo dei canti, film di 16’, realizzato insieme a Maurizio Conca, intitolato Salita alla montagna Etna con visione del fuoco.

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Ci vediamo domenica 5 aprile al Nuvara of Sicily OPEN MIKE easter edition, ore 16.30 nel Garage di mia Nonna a San Bastiano.
Più che un evento un esperimento informale d’incontro artistico in un luogo che in passato è stato tacitamente aperto per prove musicali e teatrali, ospitalità “francescana”, accoglienza generosa.
Garage di mia Nonna, non si tratta di un locale di tendenza dal nome un po’stupidino, evi propriu u garage unni ogni estadi si pruvavo tiatri, si stava a suà e parrà, si faggivo dormi amiggi e autri genti. Luogo messo a disposizione della Comunità dalla generosità spontanea e allegra di mia nonna Maria Adele, buonanima 🙂
Questa Pasqua apriamo le porte a letture, esibizioni, performance, chiacchiere informali. Un evento su invito, ma potenzialmente aperto a tutti.

> Novara di Sicilia, provincia di Messina, 650 mslm vista Eolie / piazzetta i san Bastiau a partire dalle ore 16.30

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MUSICA • LETTERATURA • TEATRO • FOTOGRAFIA • VIDEO • STRAPARENZE sono le benvenute.
Non una Corrida, ma un’interazione di corna: bavaraggi accorrete numerosi!

Che l’Aria d’a Rocca sia con noi!

[Grafica di Elisabetta Truscello]