Ci riproviamo, seconda edizione dell’Open Mike a Novara di Sicilia nel garage di Maria Adele a San Sebastiano. Un luogo che negli anni ha ospitato in modo informale le attività più disparate, accogliendo amici, comitive di passaggio, riunioni, incontri, grazie alla generosità spontanea e allegra di mia nonna Maria Adele. Un luogo aperto che vogliamo mantenere tale, nonostante lei non ci sia più.

open_mic2016

Grafica di Elisabetta Truscello

Ci vediamo sabato 26 marzo a partire dalle ore 16.00 per continuare quello che abbiamo cominciato l’anno scorso, fuori dall’ovvio, con il contributo artistico e la presenza di chi è a Nuvara in questi giorni.
Chiamatelo evento, se vi piace e se così vi è più chiaro, ma è più che altro un incontro, dove ciascuno può esibirsi, se vuole, e dove vogliamo parlarci, guardarci negli occhi e condividere piccoli frammenti di arte, musica, cultura. Tutto a dimensione domestica, anzi, da garage. Potete contribuire portando una esibizione, oppure cibi e bevande per banchettare insieme. Il garage è di dimensioni ridotte, per cui chiediamo di farci sapere se porterete altri amici (che comunque sono ben accetti).

giovani_cieli

Giovani cieli all’open mike

L’anno scorso abbiamo ascoltato musica blues, letto poesie, guardato foto, parlato di Opera Lirica, visionato progetti di grafica, chiacchierato e bevuto insieme, parlato di piccoli paesi e visto il documentario di Franco Arminio sulla loro vita. Insomma, niente di scontato, ma a portata dei nostri desideri.

A cosa servono i piccoli paesi? OPEN MIKE Nuvara of Sicily / iniziamo con #slideblues #garage #novaradisicilia

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Vi aspettiamo, non siate timidi 😉
La scaletta sarà decisa sul momento.

Qui l’evento Facebook

Per adesioni e info fermateci “a cantuea d’a chiazza” oppure commentando questo post.

Io oso
Inventare una nuova parola
Che abbia un senso chiaro e prezioso:
A un sostantivo aggiungo oso
E subito l’effetto è strepitoso.
Oso a cascate
Oso a profusione
Oso oso oso oso oso.
È questa la parola, non vi piace?
Al nulla aggiungo oso
Ed ecco oso, è anche un verbo
Però che cosa importa.
Se la useranno in tanti entrerà nel dizionario
Ne parlerà la radio e la televisione
Come quell’altra parola nuova
Inventata per errore a scuola:
Non oso invidia, la mia è ironia,
Mi fa ridere la maestra, la Crusca e tutti noi.
Bambino mio, te lo dico con il cuore
se sente petaloso, il fiore muore.

In gioco_foto Chiara Ferrin

Il polsino è l’unità di misura degli scritti della vita quotidiana, può accogliere appunti veloci e racconti estemporanei, la lista della spesa e il conto delle spese emozionali. Cerchiamo lembi di stoffa e porzioni di parete, per lasciare una traccia tangibile del nostro passaggio, visibile a noi stessi prima che agli altri.
Sarà questo l’autobiografia? Il tentativo di scrivere come abbiamo vissuto per poterlo migliorare? Qualcuno dice che scrivere sia riscrivere. E se è vero che spesso riviviamo le medesime situazioni problematiche finché non le abbiamo risolte dentro di noi, allora scrivere della nostra vita è un tentativo di delineare una via d’uscita dal labirinto, è un seguire il filo d’Arianna che si è imbrogliato. Una debita riappropriazione del nostro vissuto, una riscossione del credito che abbiamo lasciato alla vita.

Dall’8 febbraio al 14 marzo, tutti i lunedì presso la sede dell’Associazione Insieme a Noi a Modena, lo facciamo in gruppo, perché la riappropriazione sia multipla e condivisa.
Laboratorio di Scrittura Autobiografica: ci accostiamo a un testimone ad armi pari, o meglio disarmati, foglio e penna e le nostre vite, e in maniera libera scriviamo e leggiamo. Ciascuno ha il suo polsino dal quale ricopiare porzioni di vita, e insieme

Per l’Associazione questo è il terzo ciclo di incontri, il primo per me da conduttore. Ho mutuato il titolo di una raccolta di Bulgakov, i suoi “Appunti sui polsini”, per immaginare il brandello minimo che può raccogliere i nostri scritti. Un supporto a portata di mano, in tutte le occasioni.

Il Laboratorio è gratuito e fa parte delle molteplici attività che l’Associazione di Familiari e amici di pazienti psichiatrici Insieme a Noi organizza a Modena. Un’attività intesa a far conoscere i problemi della salute mentale, promuovere i diritti di cittadinanza dei pazienti psichiatrici e l’inclusione sociale.

Laboratorio Scrittura Modena

Laboratorio di scrittura autobiografica
Tutti i lunedì dall’8 febbraio al 14 marzo 2016

Dalle ore 15.00 alle 17.00
Presso la sede dell’Associazione Insieme a Noi
Via Albinelli, 40 – Modena

Per info e iscrizioni:
347 2236298
insiemeanoi.mo@gmail.com

 

Evanescente come il fumo o persistente come una cicatrice, la memoria è oggetto e soggetto al tempo stesso, è la facoltà di ricordare e il ricordo, è la bussola che ci consente di orientarci e il fardello che ci fa attardare nel proseguire oltre, è la mappa che ci permette di tornare a casa e la punizione che dobbiamo scontare se la perdiamo.

La memoria è una valigetta che puoi custodire in soffitta per decenni e aprire in un pomeriggio d’inverno, mentre stai risistemando casa, o nel bel mezzo di un trasloco mentre scegli cosa buttare. Oppure è sempre con te e di tanto in tanto la apri, come per entrare in dialogo con un altro tempo. Apri la valigetta e ti rendi conto che gli oggetti che contiene sono ancora d’uso comune, le suppellettili che vi ritrovi dentro potrebbero appartenere a qualsiasi bambino in fuga con la famiglia sui crinali dei confini della nostra Europa.

La valigetta blu“La valigetta blu” è il titolo dell’ultimo romanzo della scrittrice Cleide, racconta la storia vera di una bambina di quattro anni che, alla caduta della Repubblica dell’Ossola nell’ottobre del 1944, si ritrova profuga in Svizzera, parte di un esodo che ha coinvolto più di tredicimila persone. Un romanzo autobiografico, ricordi personali fortemente impressi e memorie di famiglia orgogliosamente custodite.
Un libro scritto con pudore, ma che contiene la memoria cristallina di un pezzo di Storia.

L’ho letto qualche settimana fa e l’ho presentato a Modena presso la libreria Emily Bookshop domenica 24 gennaio. Quando ho chiesto all’autrice quando avesse cominciato a scriverlo, quale fosse stata la genesi del romanzo, mi ha detto “da subito, è una storia che ho avuto sempre presente da allora”.

Cleide è nata a Domodossola e vive a Modena pur mantenendo un rapporto costante con la propria terra. Una terra di confine dove tra il settembre e l’ottobre del ’44 si costituì una delle esperienze più vitali della Resistenza, con la liberazione di un ampio territorio tra il Lago Maggiore, le prime propaggini del Monte Rosa e la Svizzera, e con un organizzazione che del futuro ordine democratico aveva incarnato i principi.

“Del resto immagino che tutti i manoscritti vengano trovati in una bottiglia” scriveva Elio Vittorini nella Nota conclusiva di “Conversazione in Sicilia”, dopo aver attestato che il suo libro non era autobiografico. Ed è proprio così, tutti i manoscritti vengono trovati in una bottiglia, o in una soffitta insieme ai ricordi, e una volta pubblicati non appartengono più all’autore, ma alla letteratura. Come dire, ai lettori. E anche “La valigetta blu” ci appartiene. L’autrice lo ha condiviso attraverso una scrittura in terza persona che ci dice “è la storia di quella bambina di quattro anni, non più la mia”.

Ho finito di leggerlo e mi sono tornati in mente i ricordi di mia nonna, le storie di guerra che ci raccontava da bambini e che aspettavamo, sempre uguali, più di ogni fiaba. Tre donne sole, gli uomini al fronte, i bombardamenti a tappeto, i rifugi e gli allarmi antiaerei, la valeriana della bisnonna, quella bomba che è caduta in un palazzo per tre piani ed è rimasta inesplosa, la sfilata di carri armati coi soldati e le bandiere, le gallette e la cioccolata offerta ai bambini, gli americani, i negri e gli scozzesi col gonnellino. Un uomo dalla barba incolta che bussa alla porta della casetta nel quartiere San Sebastiano – i vestiti sporchi e stracciati  e la manica della giacca piena di zucchero, come un sacco improvvisato. La fine della guerra. Ognuno di noi può portare giù dalla soffitta la sua storia familiare, più o meno lontana nel tempo, i ricordi dei nonni col dolore e le peripezie. Il libro di Cleide non indugia in retorica, non drammatizza il vissuto.
La fuga di notte, il viaggio in treno, il soggiorno nei campi, le trafile burocratiche prima del ritorno.
La bambina di quattro anni ha attraversato quell’esperienza sotto la protezione di una madre giovane e di nonni prudenti e amorevoli. Quella bambina che accompagna il lettore è passata sul confine della sofferenza sfiorandola, ma tornando indietro sana e salva.
Adesso altri bambini attraversano i confini per terra e per mare per mettersi in salvo. Tra settant’anni forse qualcuno ne scriverà, ma altri nipoti avranno il privilegio della memoria. I nostri avranno quello dell’oblio.

“La valigetta blu” di Cleide – Il romanzo si può acquistare anche on line sul sito dell’Editore Guaraldi.

Approfondimenti:
Repubblica partigiana dell’Ossola – Wikipedia
Rai Storia

  • Mi sembra che il Paese sia in agonia, in fase terminale
  • Io voglio accompagnarlo fino alla fine
  • Lasciate che i morti seppelliscano i morti, diceva Gesù da grande

Mi ero ripromesso di non scrivere niente sullo “scendere” al Sud, sul senso di appartenenza, sull’identità e le risorse e lo spreco e le occasioni e le clientele e lo status quo. Avrei voluto scrivere qualcosa sullo spirito natalizio, magari raccontandovi di quando ho scoperto che Babbo Natale è il mio alter ego. L’ho incontrato la notte del 23 in cucina, al buio, illuminato solo dalla luce del frigo nel quale cercava un goccetto da bere, troppo stressato dalle incombenze della Vigilia per non sentirsi inadeguato al compito, in un’epoca nella quale i droni vi portano i doni in salotto meglio di renne e piccoli aiutanti dalle orecchie a punta.
Avrei voluto citare il racconto “Natale” di Friedrich Durrenmatt e i suoi famelici incontri. Oppure avrei ripreso il filo del racconto dell’anno passato, buttando giù qualcosa di disordinato, come tutti i racconti di Natale. Disordinati come una casa di 60 mq dove si abita in nove e si cena in venti, esagerati come un pranzo poli-familiare dove tutti i “cuochi” devono portare la loro quantità di cibo, senza ritegno. Un racconto sprecone e sprecato, nel quale piccole suore possono suonare i Doors all’organo e le nonne possono “battezzare il tempo” e fare incantesimi per liberarci dal male.

Poi ho letto un articolo de L’Internazionale (ve lo linko alla fine) e questo ha prodotto una confusione che mi ha imbrogliato i tasti della macchina da scrivere. Sono un pendolare dell’anima e il mio proposito di lasciare da parte le solite questioni dell’emigrante che torna a casa, e che si confronta con quello che ha lasciato, è andato a farsi benedire. Visto il periodo è comunque l’azione più appropriata alla quale possiamo vicendevolmente sottoporci. Andiamo tutti a farci benedire. Benediciamoci a vicenda, noi e le nostre famiglie. Benediciamoci e allarghiamoci, moltiplichiamoci e spostiamo più in là i pali del nostro recinto. Oppure togliamolo del tutto il recinto, se questo ci rende prigionieri e ci esclude.

La mia canzone di Natale 2015 (inizio con titoli di coda)

Chi parla di Tradizione forse non conosce la Storia, dice Tradizione, ma intende Riduzione, una becera semplificazione nella quale molti di noi sono solo semplici consumatori.
Il Presepe diventa simile a un plastico, a un gioco di costruzioni, materiale decorativo d’arredo, roba da Brico più che da “memoriale della nostra salvezza”. La casa di Barbie e il Castello dei Lego, i velieri nelle bottiglie (che belli i velieri nelle bottiglie!). I simboli che il potere di suggestione dell’iconografia ci presentava si sono ridisegnati in riproduzioni inoffensive, quasi in loghi. Il “fanciullo” profetizzato da Isaia e presentato dai Vangeli in una mangiatoia è diventato una statuetta-souvenir perfettamente riconoscibile, lo sappiamo.

Ha un bambinello diverso
Un bambinello riverso
A faccia in giù sul bagnasciuga
Il mio Presepe

Non è una comparsa
È comparso come un’alga
Un detrito, non c’è muschio
Ma sabbia e scogli
Nel mio Presepe.

Caravaggio_Adorazione

Non siamo riusciti a decifrare il labiale – “Adorazione” di Michelangelo Merisi da Caravaggio

I piccoli aiutanti di Babbo Natale quest’anno stanno girando per il mondo a scambiare i Bambinelli di materiale inerte con Bambinelli di carne e fiato, anche se ormai inerti. Bambinelli non più sorridenti, braccia al cielo, ma riversi e dormienti. Sognano forse i nostri Bambinelli, e in questo ci sono fratelli, perché anche noi sogniamo, al di là del muro. Non abbiate paura se nel vostro Presepe in salotto troverete il Bambinello nuovo, quello morto ma vivo. Provate a prenderlo in braccio – con molta cura – liberatelo dalla prigionia delle acque e cullatelo, insieme ai vostri familiari.

Seconda canzone di Natale 2015 (senza paura)

Parlo in modo maldestro di identità, qual è la Cultura “Occidentale e Cristiana”? Cosa aggiunge al nostro essere efferati costruttori di muri? E l’essere “emigranti” cosa aggiunge e cosa suggerisce al nostro restare abbarbicati alle Tradizioni? Diciamo “Tradizione”, ma sulle nostre bocche suona “semplificazione”, scegliamo le caratteristiche più funzionali alla riproduzione del controllo e a una devozione spicciola fatta di luci e musichette, ma sorda ai silenzi dei Bambinelli dei Presepi reali.

Molti di noi sono emigranti, cittadini del Mondo. Anche se il Mondo non lo sa o forse non ci vuole, perché non ci conosce e non sa ancora se possiamo essere ingranaggi affidabile e funzionali. “Gireranno bene? Funzioneranno come si conviene?” si chiede il Mondo. Molte volte funzioniamo bene: scendiamo per le feste comandate, ci rassegniamo a essere corpi estranei.

E noi ci affaccendiamo per funzionare, coi nostri Presepi prefabbricati, che usiamo come armi per opporci al diverso che ci fa paura. Li riempiamo di costruzioni, suppellettili, di un proliferare di personaggi, una folla superflua di villeggianti. A limite li consegniamo a Istituti Scolastici che non hanno la carta igienica. Brandire un Presepe come un’arma fa di noi degli Erode. Un personaggio che avrebbe pieno diritto di cittadinanza nelle nostre innocue riproduzioni.

Il mio Natale è cominciato con un paio di brindisi che ci siamo concessi con Arturo Bandini e con Marcello. Arturo Bandini lo conoscete dai romanzi di John Fante e non ha bisogno di presentazioni, Marcello è l’inventore dello Sguincers e questo è tutto. Entrambi mi hanno detto “Chi ti pozzu offri? Se vuoi ho il Vermouth”. Benissimo, u Vermuth è perfettu. “Stile Confraternita”. Sì, stile Confraternita. Non del Chianti, ma proprio le Confraternite di tradizione medievale e poi cinque-seicentesca, diffuse anche al mio paese. Tu ivi ‘nta “sciabica”, eu ‘nte “mastri”, ma a tutti i dui alla fine delle processioni offrivano Vermouth e biscotti. Fin dalla più tenera età. Per questo il sapore del Vermouth ci riporta all’inebriamento dell’infanzia. I calici si sono avvicinati quel tanto da produrre il tintinnìo che ha dato il LA all’incontro. Coraggio, da qui al futuro. Bandini è appena diventato padre e di Coraggio ne ha bisogno, perché al di fuori dei racconti non sempre è semplice districarsi nella trama.

Pensavamo di essere costretti a scegliere tra fuga e resistenza. Ma non è così.
Paese mio, ti immagino e mi dimentico che sei tu che stai immaginando me. E per compierti devo compiermi.
Tra qualche giorno ripartirò. Oggi ho fatto vedere le Isole Eolie ai miei parenti lontani tramite la video chiamata di Messenger ed è stato per loro come avvistare l’America dal pennone di una Caravella.

Terra!
Qualcosa abbiamo visto, navighiamogli incontro.

THE END
Titoli di coda

Terza e ultima canzone di Natale 2015 (finale mosso)

—-

LETTURE 

Natale, di Freidrich Durrenmatt
Era Natale. Attraversavo la vasta pianura. La neve era come vetro. Faceva freddo. L’aria era morta. Non un movimento, non un suono. L’orizzonte era circolare. Nero il cielo. Morte le stelle. Sepolta ieri la luna. Non sorto il sole. Gridai. Non mi udii. Gridai ancora. Vidi un corpo disteso sulla neve. Era Gesù Bambino. Bianche e rigide le membra. L’aureola un giallo disco gelato. Presi il bambino in mano. Gli mossi su e giù le braccia. Gli sollevai le palpebre. Non aveva occhi. Io avevo fame. Mangiai l’aureola. Sapeva di pane raffermo. Gli staccai la testa con un morso. Marzapane stantio. Proseguii”.

I miei Racconti di Natale
Buon Natale

“La fine dell’anno e del mondo, viste dalla provincia”
Articolo di Giuseppe Rizzo per L’Internazionale

Rembrandt

“- Chissà se torneremo mai in Galilea? – La Galilea ce l’abbiamo tra le braccia” dialoghi immaginari sul “Riposo nella fuga in Egitto” di Rembrandt

Un maestro del Teatro italiano, da incontrare a Modena, accade il 20 novembre a “La corsa di fuochi”, in quel luogo magico che è il Drama Teatro di Viale Buon Pastore, 57. Siateci!

Drama Teatro

Inizierà il 20 novembre alle 21:00, la terza edizione di La corsa di fuochi.

Il primo appuntamento sarà l’incontro con Giuliano ScabiaCanti cavallo e fuoco. Dai Canti del guardare lontano al cinepoema Salita alla montagna Etna con visione del fuoco.

Scrittore, poeta, drammaturgo, narratore dei propri testi, è protagonista di alcune tra le esperienze teatrali più vive degli ultimi decenni.
In Canti di cavallo e fuoco il protagonista è il vento. È il cavallo che porta il vento, che va col vento. Il vento anima anemos, il respiro, il fiato, verso l’avventura.  Dice Scabia:

Il teatro è un carro pieno di vento/come un bar per gli amici/un luogo dove mi reco/e racconto qualcosa a qualcuno/che dia nutrimento.

Il vento è anche nelle parole l’ultimo dei canti, film di 16’, realizzato insieme a Maurizio Conca, intitolato Salita alla montagna Etna con visione del fuoco.

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Ci vediamo domenica 5 aprile al Nuvara of Sicily OPEN MIKE easter edition, ore 16.30 nel Garage di mia Nonna a San Bastiano.
Più che un evento un esperimento informale d’incontro artistico in un luogo che in passato è stato tacitamente aperto per prove musicali e teatrali, ospitalità “francescana”, accoglienza generosa.
Garage di mia Nonna, non si tratta di un locale di tendenza dal nome un po’stupidino, evi propriu u garage unni ogni estadi si pruvavo tiatri, si stava a suà e parrà, si faggivo dormi amiggi e autri genti. Luogo messo a disposizione della Comunità dalla generosità spontanea e allegra di mia nonna Maria Adele, buonanima 🙂
Questa Pasqua apriamo le porte a letture, esibizioni, performance, chiacchiere informali. Un evento su invito, ma potenzialmente aperto a tutti.

> Novara di Sicilia, provincia di Messina, 650 mslm vista Eolie / piazzetta i san Bastiau a partire dalle ore 16.30

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MUSICA • LETTERATURA • TEATRO • FOTOGRAFIA • VIDEO • STRAPARENZE sono le benvenute.
Non una Corrida, ma un’interazione di corna: bavaraggi accorrete numerosi!

Che l’Aria d’a Rocca sia con noi!

[Grafica di Elisabetta Truscello]

Sono sirene di guerra quelle che s’affacciano sul Mediterraneo? L’orrore è arrivato a pochi chilometri dalle nostre coste: 21 morti a Tunisi, colpiti turisti in visita ad un museo. Io non so perché a questa notizia ho pensato a un tragico evento che non ho vissuto di persona, e che nonostante le ripetute commemorazioni, nella nostra memoria s’affaccia sempre più sbiadito: 2 agosto 1980, Bologna, più di 80 morti per mano fascista. L’orrore non vuole farci perdere l’abitudine. La natura umana torna a palesarsi. Ormai come una farsa insensata.

Quando l’assurdo bussa alle porte di casa, solo una pernacchia può farci svegliare; solo Giufà può rendere giustizia; solo una burla può ristabilire il giusto ordine delle cose.

Imbattutomi in questa epistola del poeta dell’Infinito, ve la sventolo davanti come un gesto apotropaico. Tiè.

da "Leopardi - La vita e le lettere, a cura di Nico Naldini - ed. Garzanti 2014"

da “Leopardi – La vita e le lettere, a cura di Nico Naldini – ed. Garzanti 2014”

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“Andate tutti dove io vi mando, e restateci finché non torno […]”

Io sono Charlie, io non sono Charlie, perchè non possiamo dirci Charlie, magari fossimo Charlie, pubblichiamo Charlie in Italia (però in francese, così nessuno lo capisce), recuperiamo le nostre radici e difendiamoci, dialoghiamo, siamo in guerra, armiamoci e partite!

Contro ogni fondamentalismo, fondamentalmente.

Torna il Natale e come ogni anno ci si trova davanti ai grandi interrogativi dell’umanità, ancora faticosamente riproposti, alla sequela dei buoni propositi e degli auguri, e alla faticosa irriverenza scanzonata che fa da contraltare obbligato.
Ci si ritrova ad augurare serenità, pace, che i desideri del prossimo e i nostri vengano esauditi. Siamo all’esaudimento nervoso. Il passato ormai sa di vecchio, così ci ritroviamo a costruircene una nuova versione: un passato rivisitato e lustro, pronto all’uso e che ci aiuti ad affrontare un futuro al quale ci abbandoniamo con la fiducia che si ripone in un usuraio. Non c’è più il consumismo nel nostro orizzonte, ma di contro non c’è più la solidarietà. Sono concetti del secolo scorso, ma di nuovi ancora non ne abbiamo. “Scaldare i cuori”, una delle espressioni più comuni riferite al Natale, adesso mi sembra una dichiarazione di una vuotezza abbacinante.
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La Festa è connaturata alla socialità umana. E ancora di più la Festa serve, è necessaria: agli affari prima di tutto, al corpo che si prende un meritato riposo, e all’anima (faticosamente ritrovata per l’occasione da esperti palombari e buttata in tavola col cappone e il baccalà).
Il marketing ha bisogno delle feste, come voi tutti potete insegnarmi, il marketing sui social ancora di più.
Immaginate un’infinita serie di messaggi di Buongiorno riproposti senza soluzione di continuità, tutti uguali, senza il tocco di colore che dà ad esempio il Natale. Immaginate un’infinita gamma di video virali – non c’è parola che più mal sopporto – senza la punteggiatura della video-cronaca dell’anno che sta per finire. Alleluja!

Con l’accento religioso del Natale, con quello laico del Capodanno, con la nota fuori dal coro di chi contesta la ripetitività dei rituali, ci accingiamo a trascorrere l’ennesimo periodo di Festa. Ma ogni Festa presuppone un raccolto e una chiamata a raccolta, e noi cosa stiamo raccogliendo e attorno a cosa ci stiamo raccogliendo? La famiglia, il riposo, i sapori di una volta, la religione, la fede? E per chi vive lontano dal paese d’origine, e può tornarvici, i ricordi, i vecchi amici? Tutto resta uguale e cambia.

Luminarie propinate a novembre, motivetti insulsi, bontà a buon mercato e colore locale, come da copione. Ho diffidenza anche per gli zampognari natalizi, per quanto quelle sonorità e l’origine di quegli strumenti mi affascinino. Zampognaro, tu sai dove mi stai portando con quella musica? o il tuo è solo folklore?

Quand’ero piccolo io gli zampognari al mio paese non c’erano. No. Per me bambino il Natale erano i musicanti che di casa in casa suonavano clarinetto, sax, tromba, cassa e piatti – al massimo un corno e un oboe – portando “a nuvera” davanti alle cappellette votive di casa in casa in cambio di una piccola offerta, di un bicchiere di vino e di un dolce.
Ma ancora di più il Natale era il suono dell’organo della cappellina dell’Abbazia, con la minuscola suora anziana che tirava fuori dei suoni che neanche sapeva lei come. Pagherei per farvi risentire quel suono straniante, psichedelico, un suono degno di “In-a-gadda-da-vida” degli Iron Butterfly o delle galoppate di Ray Manzarek, solo più rallentato e sconnesso. Viaggiavamo nel tempo io e la torma di vecchiette che popolavano la chiesetta alle cinque del pomeriggio, a partire dall’invitatorio “Il Re viene il Signore”, comunemente cantato anche adesso in tutte chiese suppongo. Rapito dal significato messianico mi sentivo pronto ad affrontare i pericoli del mondo. Ipnotizzato dalle note flautate e malferme, trattenevo solo brandelli di testo: “i monti stilleranno dolcezza…dall’uno all’altro mare, dal fiume agli ultimi confini della terra…non verrà meno alla parola data”. Ma quella musica, quella musica. Pagherei per risentire quel mugolio e per farvelo sentire.

Lo so, non suonava così. Ma è come se suonasse così. “Dal fiume agli ultimi confini della terra”.

Io, decenne, lasciavo il branco di amici intenti a giocare a nascondino e andavo a fare il bravo bambino devoto. Ma anche a farmi il mio viaggio in medio oriente e la mia dose di epica.

Suonava così?

Sì, grazie, lo so bene che non suonava così. Ma nella mia memoria sì. Oh piccola suora minuta nel tuo abito marrone delle Figlie del Divino Zelo, scorri ancora sul tuo organo, pace all’anima tua! Sarai morta da tempo, il convento all’Abbazia ormai è vuoto e chiuso da anni, abbandonato e senza vita, ma io vorrei tornare a sentirti. Sono in pieno delirio passatista. Più che ricordare, viaggio nel tempo e continuerò a farlo per tutta la notte. Come una stella cometa.
Tanti anni fa, ogni notte di Natale, mia nonna rinnovava i suoi voti connessi alla capacità di fa “u pr’cantu e di l’và u scantu”, cioè di togliere il malocchio e di curare gli stati di shock. Aveva il suo bel da fare. Stanotte starei volentieri a sbirciarla.

Ora puntualizzare che il 25 dicembre era una festività pagana fagocitata dal cristianesimo ha una portata così limitata che non vale la pena discuterne. Natale si, Natale no, Natale forse, comunque, per quanto. Capodanno si, no, forse, comunque, per quanto. Le due festività gemelle accomunano loro malgrado laici e credenti in una forzata riflessione sul limite, sul confine, sul margine. Sulla nascita inspiegabile, sul mistero della continuazione.
“Lasciatemi così come una cosa posata in un angolo e dimenticata”, lasciatemi con la piccola suora minuta centenaria. Non voglio fare le foto al cenone e dire che il fritto è il fritto. Avete voglia di venire con me “con le quattro capriole di fumo del focolare”?
Resteremo in un canto riparato a scambiarci gli auguri per tutto l’anno. Augurio: sarebbe la capacità di trarre auspici, previsioni, dal canto o dal volo degli uccelli.  Più che una forma di benedizione, una forma di divinazione: avvenimenti letti come segni attribuiti al futuro. Una sorta di semeiotica applicata agli accadimenti. Augurare: guardare i segni esteriori di chi ci troviamo di fronte per prevedere il buon esito della sua vita. In quest’ottica, quella dell’augurare sarebbe un’attività da praticarsi con cura, parsimonia e attenzione. Solo alcune persone riescono a essere sincere, o quanto meno non meccaniche e ripetitive, nell’atto di augurare. Stanotte vorrei guardarvi negli occhi e augurarvi il futuro. Ma so che nella maggior parte dei casi vi farebbe paura e correreste via. Lo farei anche io.

“U scantu” era uno stato di shock causato per lo più da traumi, poteva essere guarito con un rito semplice in apparenza, ma che doveva coinvolgere tutta la potenza psichica di chi lo stava mettendo in pratica. Il procedimento era per sommi capi questo: si prendeva un filo di lana e con quello si misurava l’altezza della persona dalla testa ai piedi. Poi si misurava l’estensione delle braccia da palmo a palmo. Le due misure risultavano diverse – questo era l’indizio che la persona “avia u scantu”.  Appallottolati insieme i fili delle due misure, si recitavano preghiere, formule e invocazioni delle quali non ho memoria. A questo punto il piccolo gomitolo veniva consegnato alle fiamme. Dopo si procedeva di nuovo a misurare l’altezza e l’apertura delle braccia: le due misure coincidevano, così la persona poteva riprendere la sua vita senza “scantu”.

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Oggi pomeriggio davanti agli enormi ceppi posti in Piazza per il tradizionale fuoco, il mio amico Vincenzo ha detto “so l’urtimi arburi i Mandrazzi, i tagliaro tutti nta na votta e si livaro u pinzè”. Mi auguro che non sia così, ma se devo guardare gli auspici so che Vincenzo nella sua ironia ha detto il vero.

Auguri Mondo. Anche se non ti piacciono. Hai proprio bisogno di un nuovo sguardo sul futuro, te lo leggo negli occhi.