I fatti, le persone, le circostanze, i nomi presenti nel racconto seguente sono da intendersi di pura fantasia. A partire da quello del paese, Novara di Sicilia, che è stato scelto in modo incidentale e rappresenta qualsiasi paese dell’entroterra, delle cosiddette Aree Interne, periferie di fatto e luoghi dell’anima al tempo stesso.

Caro Babbo Natale,

quest’anno avrei voluto scriverti una letterina, me l’ero ripromesso come deliberato atto di fantasia, in ribellione alla stringente contingenza della vita adulta in questo particolare momento storico.
Avevo preparato carta, penna e calamaio per stilare la lista dei desideri, per una volta in vita mia. Come forse saprai, non ti ho mai scritto, ho sempre diffidato di te e della tua capacità di introdurti nottetempo nelle abitazioni altrui. Mi sei sempre sembrato un testimonial pubblicitario, al limite un pusher, più che un custode dello spirito natalizio, ruolo che puntualmente usurpavi al vero protagonista: il Bambino Gesù.

“Salvatore svegliati,

Salvuccio druvigliti,

Totò, oh Turillu”

sento una voce nella semioscurità. Il fuoco del camino proietta un’ombra lunga e curva.
“Non ti muovere” dico, mentre traccio con il lapis la sagoma dell’ombra sul foglio che ho davanti.
Riconoscerei questo profilo tra mille.
Giacomo Leopardi mi scuote e mi trae dal sonno profondo nel quale ero piombato.
“Ancora con questa letterina a Babbo Natale?”
“Sai Giacomo, credo che non si sia stati mai davvero bambini se non si è scritto almeno una volta a quel vecchio ambiguo signore.”
“Sarà, io non ho mai scritto a Babbo Natale…”
“Ecco, aiutami a farlo, facciamolo insieme. Tu detti e io scrivo”.
È uno dei momenti più belli della mia vita, questo in cui mi trovo al tavolo del salotto, alla fiamma del camino, a scrivere una letterina a Babbo Natale con Giacomo Leopardi.

“Non si capisce dove tu voglia andare a parare…troppi giri di parole, vai al sugo di quello che vuoi dire. Se non ho capito male vuoi chiedere a Babbo Natale perché quest’anno non è nato Gesù Bambino”
“Sì Giacomo, una cosa del genere. Vorrei sapere perché non è arrivato nel Presepe”
“Bene, allora cancella queste parti e continua a scrivere, vai spedito, non farti distrarre. Io questo Babbo Natale non lo conosco, ma da quel che intendo, penso che ti capirà. Scrivi, non t’attardare.”

Ed è per parlare del Bambino Gesù che ti scrivo. Ho un dubbio. Non sono sicuro che quest’anno sia nato nel nostro Presepe. Anzi, presso la mangiatoia, che io sappia, non s’è fermato proprio nessuno.
C’era qualcuno ai primi di dicembre, ma poi i centurioni hanno fatto uno sgombero, con tanto di manganelli e lacrimogeni, e nei pressi del Presepe sono rimasti solo gli ultimi ritardatari dei regali, e quelli già proiettati sui prossimi saldi.
Vuoto, disabitato, il Presepe diventerà preda della prossima speculazione edilizia, ma intanto si è preservato il decoro, ci dicono. Ne fanno una questione di igiene pubblica, in quel tugurio le condizioni igieniche non sono delle migliori, non lo sono mai state, e ora finalmente – dicono – qualcuno ha avuto il coraggio di agire. In fondo lo si fa anche per il loro bene, li si manda via per salvarli, li si può benissimo sostituire con delle comode sagome di cartone, con statuine di cartapesta, gesso o materiali anallergici.

“Renderei il tutto meno contorto, ma intanto scrivi senza fermarti, non perdere tempo, continua. Evita le virgolette, smetti di scrivere in corsivo, scrivi come se fosse una corsa contro il tempo, come se ti stesse inseguendo un orso e corressi per salvarti la vita, scrivere come correre, per salvarti la vita. Non badare alle ripetizioni. Urla. Corri e urla. Non spezzettare le frasi e non temere l’anacoluto, anzi utilizzalo per andare avanti, per portare il pensiero più in là.”
Io continuo a scrivere, ma Leopardi è incontenibile, così confondo i miei pensierini per Babbo Natale con i suoi consigli e le parole di sprone. Arrivo alla fine del foglio con un minestrone di caratteri contorti, di parole illeggibili, le mie, la mia richiesta d’aiuto a Babbo Natale. La mia supplica di naufrago da scrittoio.

“Hai finito di scrivere? Natale è passato, adesso la tua lettera è inutile, non arriverà a destinazione fino al Natale venturo. Nessuno ha più in mente i buoni propositi adesso, né i buoni sentimenti”.
“Giacomo, quest’anno di buoni propositi, di buoni sentimenti, non ne ho avvertito punto”
“C’è un modo per far arrivare la tua letterina immediatamente a Babbo Natale; concludila con una degna formula di saluto, piegala, mettila nella busta, scrivi l’indirizzo esatto. Poi adagiala tra i ceppi del camino e guardala ascendere al Cielo, verso la dimora di Babbo Natale, e oltre, verso quella dello stesso Bambino Gesù. Perché sappi che il Bambino Gesù, per quanto l’abbiano ammazzato prima del tempo, è sempre lassù.”
Da tanti anni non inviavo una lettera scritta a penna e tenere in mano questa busta spessa, ben pasciuta, pronta per la spedizione mi emoziona davvero. Leopardi mette le sue mani tra le mie – “Su, spediscila” – e insieme avviciniamo la missiva alle fiamme crepitanti del camino. Il fuoco per un attimo sembra tossire, poi riprende ad ardere. In pochi minuti le mie parole, le mie richieste, i miei timori si sono arrampicati lungo la canna fumaria, fino a intercettare “a libiggiada friddusa” (come mia nonna chiamava il vento freddo del quale non si soffermava a indicare la provenienza) che le porterà a destinazione.
“Giacomo, è tardissimo, dobbiamo uscire, ci aspettano in Piazza per le prove dell’Open Mike”
“Non so cosa sia un Open Mike, ma sento che questa frase avresti dovuto dirla in dialetto. Che lingua è la tua?”
“Una lingua che non ho mai parlato davvero, che ho sempre citato, imitato, che ho azzannato, masticato, senza mai digerirla. Una lingua che mi manca, è il dialetto del mio paese, del ceppo gallo-italico, una lingua in via di estinzione. Tra qualche anno nessuno più ricorderà i suoi suoni. Per questo quando posso la tengo in bocca, come lo stucco dei ragazzi della Via Pál. Non so se hai presente…un vecchio libro per ragazzi, te lo leggerò domani.”
“Un dialetto per pochi eletti, siete rimasti in pochi, come in una società segreta.”
“Ti costringerò a farne parte, te lo farò insegnare dagli ultimi maestri. Andiamo!”

Leopardi più che camminare si trascina, ma è veloce. Immaginatevelo come più vi piace, imitatelo spostandovi per la stanza. Assumetene la postura, salutate le persone di casa, guardatevi allo specchio e fatevi un cenno di approvazione.
Arriviamo in Piazza col fiatone; al grande ceppo di Natale alcuni capannelli di persone arrostiscono salsiccia e braciole. Chiedo “Dove sono i ragazzi?” sapendo che chiunque capirà a chi mi riferisco. “Favorite!” ci rispondono, e prima che possiamo accettare o rifiutare ci ritroviamo con un bicchiere di vino in una mano e un panino nell’altra.
Dopo la merenda e quattro chiacchiere qualcuno ci dice “I visti scenni unni Calderone”

Attraversiamo la strada ed entriamo nell’ex Bar Sport, salutiamo e per tutta risposta ci dicono “Sutta so…”
Si sentono musica e voci, le prove dei brani che canteremo nell’Open Mike itinerante.

Per inciso, Open Mike – letteralmente “microfono aperto” – sarebbe un momento di esibizione dedicato alla musica, al cabaret o alla poesia, al quale ci si può iscrivere liberamente per mettere alla prova il proprio talento davanti a un pubblico. In paese, dopo qualche puntata nel garage di mia nonna Maria Adele, abbiamo deciso di riproporlo in forma itinerante, come pellegrinaggio tra i luoghi di aggregazione – solitamente davanti ai bar – dai Buemi, i Bizzò, a Santa Maria, davanti al Palazzo comunale, da Isidoro a Santa Nicola, al Bar Orchidea da Giovanni, al Bar di Angelina, al Pub, alle Streghe e appunto al Bar di Calderone. Qui ci sono diverse sale, che originariamente erano le cantine del vecchio palazzo nobiliare nel quale il bar si trova. Negli anni ’80 e ’90 le sale ospitavano un grande biliardo, il telefono a scatti, i primi videogiochi, e i giocatori di carte: ambienti fumosi con un’atmosfera vagamente carbonara, luoghi di rifugio per avventori di tutte le età. Un crogiuolo dal quale la gran maggioranza dei maschi novaresi passava prima o poi.

Leopardi ha qualche difficoltà a scendere i ripidi gradini che portano alla saletta interna, attira a sé tutti gli sguardi dei presenti. Sguardi di deferenza, più che di derisione, perché col suo incedere ricorda il compianto Cavaliere Buemi, Turillu Jejè. Per parlare di lui ci vorrebbe un racconto a parte, per cui adesso attendiamo che Giacomo sia arrivato al centro della scena e torniamo a noi.
Appena ci vedono ci mollano un foglio in mano e riprendono a cantare “Nomadi” di Franco Battiato, che abbiamo messo in scaletta su suggerimento di Ciccio Di Pao.
Cantare, leggere poesie e altri brani, ma soprattutto parlare, accendere la discussione con gli astanti, con gli avventori che incontreremo in ogni tappa, alcuni assiepati intorno ai fuochi accesi per strada, altri incuriositi dalla musica e dall’assembramento di persone. Abbiamo l’ambizione di uscire dall’ovvio, uscire umilmente dall’ovvio, dalla ripetizione stanca dei congegni dell’intrattenimento festivo. Essenzialmente vogliamo creare momenti d’incontro.
Stavolta le discussioni verteranno sull’opportunità di organizzare un Festival a Novara, cercando di non prendere il discorso di petto, ma di portare le persone a dire la loro liberamente, a palesare i propri gusti, le proprie mancanze, i vuoti cosmici.

Finita la canzone, una voce comincia a leggere una poesia di Peppe Buemi, “Pasolini”

Oltre Roma
e le sue molte pose. Oltre
il Papa e le sue molte chiese.

Egli sempre umile.
Egli, noi, suoi figli.
Egli, sempre abile.
Egli è l’indelebile.
Egli è Pasolini, venne come preso, da lapidare, venne come condotto su un grande altare, venne come bastonato, da sacrificare, venne come la verità, da sconsacrare, come l’onestà, da ripudiare, egli è Pasolini, venne come inchiodato, sul patrio onore, venne come innalzato, ludibrio e orrore, venne come schianto, schianto in terra sul tristo cuore.
Pasolini. Il diverso.
Pasolini, si è perso.
Pasolini è perverso.
Egli, sempre umile.
Egli, noi, suoi figli.
Egli, sempre abile.
Egli è l’indelebile.
Egli è oltre i fogli.
Egli, il gran poeta.
Egli, i suoi cartigli.
Egli, noi, bambini.
Egli è oltre la pietra. Pier Paolo Pasolini.*

Gettare la poesia in pasto al Bar non è consigliato, nuoce all’intrattenimento, ma qui stiamo facendo altro, stiamo allargando il cerchio. Un silenzio per nulla imbarazzato attira altri avventori provenienti da fuori. “Sedetevi, vi possiamo offrire qualcosa? Una Birra dello Stretto, un amaro? Stiamo facendo una scaletta di canzoni e poesie che domani porteremo in giro il 6 gennaio”

Peppe, Bruno, Marcello, Angela, Salvatore, Gabriele, Ugo, Chiara, Rosanna, Cristina, Ciccio, Graziella, Elisabetta, Renato, Raffaele, Alessandro, Demetrio, chi manca? Tornare a Novara è una forma di nomadismo masochista, perché Novara non ti lascia in pace, non ti fa fare il turista, ti chiede sempre qualcosa di più.

Facciamo “Spunta la luna dal monte…”, viene una meraviglia, tutt’u Bar la canta con noi.
“Caùsi, vignidi cà a suà”, una voce ci invita nell’altra saletta, quella che un tempo era luogo delle più animate e lunghe partite a carte dei popolani del paese. Restiamo tutti piuttosto sorpresi, perché da molto tempo non la vedevamo popolata. “Cantadini n’autra canzuna”. Mentre i musicisti accordano gli strumenti tutto il gruppo transita nello stretto corridoio, scende l’altra ripida scala e si ritrova intorno al tavolo dei giocatori. Sembrano fermi lì da decenni. “Stiamo iniziando l’ultima briscola, ma prima una suonata la sentiamo volentieri…com’era quella della luna dal monte?”
La luce è fioca, non si sa come i quattro giocatori possano vedere le carte. Nella stanza c’è un un tavolo da gioco, quattro facce scolpite, e noi ci mettiamo stipati intorno.
“Ma voi chi siete? Di chi siete figli? dove ve ne siete andati? Chi di voi abita qui? Tutti da fuori venite?” ci dice il più loquace dei quattro, una barba bianca e lunga, capelli lunghi, legati in un codino che finisce in una treccia. “Entrate, entrate tutti”. Peppe si spazientisce per questi modi bruschi, lui, il più fumino, non può fare altro che accendersi come un fiammifero, “Animiamo la serata…” “Ma che animate e animate, per quattro canzoni, vi sembra che state facendo qualcosa? Alle prime difficoltà ve ne siete andati dal paese e ora fate i turisti.”
A questo punto se non fossimo in tanti in uno spazio ristretto, potrebbe iniziare una rissa. Qualcuno accende la luce al neon; un fastidioso biancore bluastro riempie la stanza, ma permette di guardarsi meglio in faccia l’un l’altro.
Quando hai di fronte Dostoevskij non puoi far altro che mettere la coda in mezzo alle gambe e beccarti gli insulti.
“Io ho letto quello che scrivete – il paese sta morendo…lasciate che i morti seppelliscano i morti  – io vi prenderei a bastonate e vi rimanderei da dove siete arrivati.”
Non penso che quanto dice corrisponda al vero, ma certamente tocca un nervo scoperto.
Peppe non ce la fa a tacere, “e lei invece se ne sta qua a giocare a carte, senza fare nient’altro, come se fosse già all’obitorio. Anche io leggo quello che ha scritto tanti anni fa, ma poi cosa è successo?”

«Vi parlano molto della vostra educazione, ma qualche meraviglioso, sacro ricordo che avrete conservato della vostra infanzia, potrà essere per voi la migliore delle educazioni. Se un uomo porta con sé molti di questi ricordi nella vita, egli sarà al sicuro fino alla fine dei suoi giorni. E anche se dovesse rimanere un solo buon ricordo nel nostro cuore, anche quello potrebbe servire un giorno per la nostra salvezza. Potremo anche diventare cattivi un giorno, potremo anche non essere capaci di frenarci davanti a una cattiva azione, potremo ridere delle lacrime degli uomini e di coloro che dicono, come ha detto Kolja poco fa, “voglio soffrire per tutti gli uomini”, di quegli uomini potremo anche prenderci beffa con cattiveria. Tuttavia, per quanto possiamo diventare cattivi – che Dio non voglia – quando ricorderemo il giorno in cui abbiamo sepolto Iljuša, come lo abbiamo amato negli ultimi giorni della sua vita e come, in questo momento, ci siamo parlati da amici, stando tutti insieme presso questo macigno, allora anche il più cattivo fra di noi, anche il più cinico – ammesso che si sia diventati tali – non oserà, dentro di sé, ridere di quanto è stato buono e nobile in questo momento!»**

“Cos’è cambiato in tutti questi anni? Perché ormai passate il tempo a sputare sentenze e a parlare male degli stranieri?”
“Si deve pur sparlare di qualcosa, non possiamo stare sempre a sparlare dei paesani, sennò ci si guasta il fegato. Si ha bisogno di un nemico, lo sai. Eravamo qui ad aspettarvi e siete arrivati…questo è l’importante. Com’era la canzone della luna dal monte?”
L’Orchestra Dispersa comincia a suonarla e tutti la cantiamo senza urlare, quasi sussurrando.
Applausi, urla di approvazione. Dalla cima delle scale s’affaccia il signor Calderone, “Troppu bella”, dice col suo sorriso partecipe.
“Si potrebbe inserire qualche verso in novarese” suggerisce Leopardi.
“Benissimo!”
Il distico che ne viene fuori recita

Cori meu, mi ‘ngrasciasti la vita,
vuia u veu, mi lassasti l’aggidu.

E inoltre

Spunta la luna d’a Rocca…e ci mittimmu un puntillu…(ad libitum)***

Prosit.

È ormai l’ora di cena e dobbiamo fuggire a casa, ci salutiamo col proposito di rivederci dopo, intorno al fuoco, per continuare a parlare dell’Open Mike e del Festival, di come tornare a far qualcosa a Novara, qualcosa che non sia assecondare la routine.
Stringiamo la mano a Dostoevskij – domani si farà vedere? – e andiamo.

“Quel signore è uno scrittore russo” dico a Giacomo.
“L’avevo capito…è grande il mio rimpianto di non aver visto tutto questo, continuo a perdermi tutte le novità grandissime e novissime che incorrono nel futuro.”
“Sono convinto che tu non ti sia perso niente, in qualche modo tu avevi già visto in anticipo, desiderandolo, tutto quello che abbiamo vissuto finora. Adesso…”
“Adesso?”
“Adesso invece mi sembra che il rocchetto dei duecento anni che ci separano abbia finito il filo. Mi manchi amico mio. Mi manchi già e temo che non ti riconosceranno più, che già non ti comprendano. Temo che prima che sia domani tu sarai andato via.”
“Non capisco cosa susciti in te questo timore, tu pensa a leggere, per te e agli altri. Porta con te i libri che ti servono, trovane di nuovi. Fermati a scrivere”.
“Tu volevi scrivere una lettera a un giovane del XX secolo, vero? quanto avrei voluto essere io quel giovane. Invece adesso non sono più giovane.”
“Caro, ma io ti ho scritto, tante lettere, tante, tutte spedite per il camino. Pescale nel vento e leggile.
E scrivimi anche tu. Oppure scrivi a te stesso…Carissimo Me…inizia così, scriviti e attendi risposta.

Provo a chiamarti, ma non mi senti. Anche laggiù mi rivolgo a te, ma tu pensi che stia parlando con un’altra persona. Effettivamente è così, perché la te con cui parlo è andata via molti anni fa e tu non credi di essere quella persona. Ed io laggiù non so che tu sei tu e mi rivolgo a te senza sapere che effettivamente sei la persona con cui vorrei parlare.
Da quassù sento benissimo la tua voce e le tue parole, mentre le mie di laggiù restano mute. Con un telecomando provo ad alzare il volume, ma si alza solo la tua voce insieme ai rumori d’ambiente. Mentre la mia continua a essere muta. Non so più come parlarti. Non riesco a dirti che il momento più bello della giornata è quando spegni il neon e resti nella penombra della stanza.
Seduto sul bordo del buco nel pavimento della soffitta, che ormai è solo un gradino sopra il letto, ma aperto su un’oscurità conciliante. Tu spegni il neon e te ne stai al mio fianco. Io so che ci sei, ma non so che quella sei tu, non ti riconosco.
Provo ad accendere i fiammiferi, il primo, un altro, un altro, sono ancora tutti bagnati, ecco che uno prende fuoco e illumina la stanza. Mi sporgo in giù per guardarci meglio alla luce di questa luce più dolce. Io con gli occhi aperti, tu appisolata dopo la lunga giornata di assistenza. Tieni un libro sulle gambe. Provo a leggere il titolo, ma le parole sono segnacci incomprensibili. Mi sforzo ma non mi sembrano neppure grafemi. Non voglio svegliarti, ma vorrei parlarti, perché adesso tutto a un tratto un po’ di ricordi e di concetti mi sono tornati in mente.
Il fiammifero si consuma velocemente e comincia a ustionarmi i polpastrelli, ma continuo a tenerlo saldo tra l’indice e il pollice della mano destra. Non voglio mollarlo, perché so che altrimenti si spegnerebbe.
Ti guardo mentre dormi, mi guardo mentre fisso la parete.
Resisti, resisti!
Un dolore lancinante arriva dalla radice delle unghie a quelle dei capelli.
La fiammella si spegne.
E non ci siamo più.****


* Giuseppe Buemi,“Pasolini”

**Fëdor Michajlovič Dostoevskij, “I fratelli Karamazov”

***aggidu = aceto; puntillu = sostegno (u restu si capisci, no?)

**** dal racconto “Natale ad Agosto”, pubblicato nel n. 2 della raccolta Hitokoto

EXTRA

1.
La Lettera che mi ha lasciato Leopardi per scherzo:

Carissima signora
Giacché mi trovo in viaggio volevo fare una visita a Voi e a tutti li Signori Ragazzi della Vostra Conversazione, ma la Neve mi ha rotto le Tappe e non mi posso trattenere. Ho pensato dunque di fermarmi un momento per fare la Piscia nel vostro Portone, e poi tirare avanti il mio viaggio. Bensì vi mando certe bagattelle per cotesti figliuoli, acciocché siano buoni ma ditegli che se sentirò cattive relazioni di loro, quest’altro Anno gli porterò un po’ di Merda. Veramente io voleva destinare a ognuno il suo regalo, per esempio a chi un corno, a chi un altro, ma ho temuto di dimostrare parzialità, e che quello il quale avesse li corni curti invidiasse li corni lunghi. Ho pensato dunque di rimettere le cose alla ventura, e farete così. Dentro l’anessa cartina trovarete tanti biglietti con altrettanti Numeri.
Mettete tutti questi biglietti dentro un Orinale, e mischiateli bene bene con le vostre mani. Poi ognuno pigli il suo biglietto, e veda il suo numero. Poi con l’anessa chiave aprite il Baulle. Prima di tutto ci trovarete certa cosetta da godere in comune e credo che cotesti Signori la gradiranno perche (sic) sono un branco di ghiotti. Poi ci trovarete tutti li corni segnati col rispettivo numero. Ognuno pigli il suo, e vada in pace. Chi non è contento del Corno che gli tocca, faccia a baratto con li Corni delli Compagni. Se avvanza qualche corno lo riprenderò al mio ritorno. Un altr’Anno poi si vedrà di far meglio.
Voi poi Signora Carissima avvertite in tutto quest’Anno di trattare bene cotesti Signori, non solo col Caffè che già si intende, ma ancora con Pasticci, Crostate, Cialde, Cialdoni, ed altri regali, e non siate stitica, e non vi fate pregare, perche (sic) chi vuole la conversazione deve allargare la mano, e se darete un Pasticcio per sera sarete meglio lodata, e la vostra Conversazione si chiamarà la Conversazione del Pasticcio. Frattanto state allegri, e andate tutti dove io vi mando, e restateci finche (sic) non torno ghiotti, indiscreti, somari scrocconi dal primo fino all’ultimo.

La Befana

[Tratta dal volume delle Lettere di Leopardi, datata Recanati 6 gennaio 1810]

 

2.
L’ uomo antico
di Giuseppe Buemi

Al gelo della città
sento il bisogno
frenetico
delle persone
di là dalle persiane,
tranquillità.
Sento la storia
al focolare
e l’uomo antico
che pose fiamme
sopra l’altare.
Lontano
al gelo della città
è la metropoli
calderone
della nuova umanità –
ma sento in mano
il fuoco e l’agro
e come tutto
sia fatto
sacro.

In memoria di Salvatore Calderone

3.
Tutti i Racconti di Natale

Foto di Chiara Ferrin – manifestazione Diritto alla casa, contro gli sgomberi. Modena 14 maggio 2016

Il nuovo Millennio sta per diventare maggiorenne, ancora pochi giorni e compirà 18 anni. Un Millennio soffre il problema di ritrovarsi maggiorenne molto presto, arriva sempre impreparato a questo fatidico traguardo. È ancora tutto imbrattato del Secolo precedente, in un misto di sangue, placenta e umori vari, non fa in tempo a mettersi in piedi e il Millennio già si ritrova a dover rispondere delle proprie azioni. La cosa singolare è che un Millennio diventa maggiorenne molto prima di aver fatto gli esami di Maturità (che se non sbaglio sono fissati tra giugno e luglio di un anno dopo il suo quinto Secolo) per cui ha circa 500 anni per firmarsi le giustificazioni da solo e per saltare le lezioni senza troppo tribolare: risultato, una caterva di bocciature. Si ritrova responsabile di ciò che combina, nonostante qualcuno provi a dire che è tutta colpa del Secolo passato e dei suoi guasti, delle promesse disattese e delle pie illusioni. I Secoli, questi fratelli minori invidiosi, effettivamente ingombrano con le loro continue richieste e con la loro smania di accumulazione, allora come può un Millennio emanciparsi, diventare grande, trovare la sua identità? Ma soprattutto, come può lasciare una traccia oltre il mero computo, lui così poco integro, così incoerente. Perché parliamoci chiaro, dopo il primo Secolo, del Millennio non si cura più nessuno. Diviene un senza fissa dimora al quale nessuno bada, finché non torna in auge in prossimità della fine, quando lo si fa a brandelli senza troppi indugi, mentre si apparecchia la nascita del nuovo, tra timori apocalittici e speranze giubilari.

Ma tu Millennio non ti curar di noi che annaspiamo nelle nostre beghe, fatti grande; esci di casa, fatti un giro, di più, ESCI DALLA TUA TERRA! Vai a vivere da solo, non farti scoraggiare dalle voci che ti vorrebbero pavidamente succube del Secolo scorso. Non ascoltare quelli che ti dicono che noi lo rimpiangiamo, che alle sue promesse avevamo creduto davvero, che ci manca. Non è vero che lui provasse a rispondere a tutte le domande che gli ponevano. A dire il vero aveva un caratteraccio, il più delle volte taceva e ci lasciava sbagliare senza mai intervenire.

Non temere di lasciare casa, io a 18 anni ho lasciato la Sicilia, e anche Manuela se n’è andata di casa a quell’età. Lei è la protagonista de “La casa vuota”, racconto che ho inviato a Hitokoto, esperimento di scrittura che sta avendo luogo nella città di Modena, Italia. Hai presente? La città della Ferrari, di Pavarotti, dell’Aceto Balsamico e di mille altre eccellenze, funzionali e disfunzionali. Se non la conosci, alla fine di questo zibaldone troverai dei collegamenti per scoprirla. E se vorrai trasferirtici, scrivimi in privato e proverò a darti una mano a trovare casa.
Parlando di case mi vengono in mente le presenze che le abitano. A quelle presenze si può arrivare col pensiero, anche dopo che le abbiamo perdute. Per cui Millennio, non temere, fa la tua strada; una volta che sarai partito nulla sarà più come prima, ma questo non dovrà scoraggiarti. Non è ammesso ritorno. Prepara il tuo bagaglio, non troppo pesante e mettiti in viaggio. Io e Manuela ti accompagneremo fino al confine. Te la presento in qualche riga che ti trascrivo qui.

Manuela si specchia nel vetro della sua scrivania. Ha i capelli rossi, un ramato che ha scelto in un lunghissimo scaffale con molta soddisfazione. La sua bellezza che ha fatto parecchie vittime nei primi anni ’80 se ne sta quieta, diluita nelle forme un po’ rotonde, ma ancora leggere […]

Apre la porta con difficoltà, la serratura cigola, la chiave gira a vuoto nella toppa sgangherata. Due ultimi giri, uno scatto: la porta si apre miagolando. Manuela viene accolta da un buio silenzioso che si fa sentire senza dare scampo. Va subito ad aprire gli scuri della finestra per avere un po’ di luce. Percorre quelle stanze, e le sembrano davvero piccole, in dieci passi ha fatto tutto il giro della casa ed è tornata al punto di partenza, accanto alla porta, per prendere le chiavi e chiuderla.
“Vediamo cosa c’è.” Nei prossimi giorni avrà un appuntamento con un conoscente che fa l’agente immobiliare. “Chissà quanto vale!?” Poggia la borsa su una sedia, lentamente inizia a scoprire alcuni mobili che se ne stanno sotto bianche lenzuola. Un tavolo, presumibilmente di castagno; il vecchio mobile del televisore, con la radio collocata in basso; un divanetto di velluto azzurro.
Apre la finestra, per smuovere l’aria: non che puzzi, sembra immobile. Mobili e oggetti coperti da bianche lenzuola, i vecchi interruttori a scatto, coi fili a vista che corrono come cornici, le canne di tramezzo che affiorano, in alto, dove il soffitto s’era sbrecciato – così come si ricordava da sempre.  Ha iniziato con meticolosità a catalogare mobilie ed oggetti, per la vendita. Ma ora si ritrova a scartabellare agende, album, cartelline, ricettari, quadernini. La prende come una euforia di scoperta. Si siede accanto a una credenza che fa angolo e dallo sportello centrale estrae tutto un mondo di vecchia carta. Sfoglia, e tra le sue mani questi fogli, questi fascicoletti, prendono vita e iniziano a raccontare.

Arrivare all’obiettivo di solito è la sua priorità, il suo metodo. Quando si trova davanti a incartamenti o fascicoli, un istinto di sopravvivenza burocratica prende il sopravvento. Di solito.
Qui la polvere crea una patina compatta oltre cui è difficile leggere. O meglio, le scritte si riescono a percepire, ma rimandano la mente ai dati che concretamente rappresentano. “Torta di Mele” legge su un quaderno a quadri con le Dolomiti in copertina. Legge gli ingredienti, a mezza voce, e questo la riporta a qualcosa che va oltre il preparare una torta, la fattualità degli ingredienti – latte, farina, mezzo chilo di mele sbucciate etc. – è qualcosa che le parla di chi quella torta l’ha fatta tante volte, sempre prima leggendo da quel quaderno a quadri, che parla delle mani che hanno preso il quaderno, sfogliato le pagine, e poi impastato, infornato, portato in tavola, con un leggero applauso, un battito di richiamo.
Si guarda intorno, pensa sia inutile mettersi a pulire, tanto a breve la casa sarà venduta. La polvere ha conservato, fossilizzato, reso eterno. È un peccato smuovere questo paradiso della memoria.
Ci vogliono mani delicate, o bambinesca sfacciataggine […]

Quando era bambina, era stata la nonna a insegnarle le prime preghiere.
“Quanti petri nta sta casa
quanti Angiuri ci ntraso
ci ‘ntrasi Petru
ci ‘ntrasi Giuvanni
ci ‘ntrasi u nostru Diu
ch’è lu chiù granni
Sant’Anna è me nonna
San Jachinu è me nonnu
L’Angiurelli so fradi e soru
U Bambiuzzu è me cusginu
Ora chi ajiu st’amiggi fidiri
Mi fazzu la cruggi e mi mettu a durmiri” *

[…]

Il Millennio per tutta risposta è uscito sbattendo la porta, brandendo i simboli identitari che ha ricevuto in eredità dal suo genitore. Attonito e impaurito non sopporta consigli e paternali. Tiene tra le mani un Presepe, con l’iconografia interpretata correttamente in un monoblocco di plastica, e lo sventaglia in faccia ai passanti per farsi riconoscere come integrato e per scacciare chi integrato a suo avviso non è.
Millennio, ho capito che partire ti spaventa, che lasciare il Secolo scorso ti sgomenta, ma usare il Presepe come un’arma mi sembra un gesto sconsiderato oltre che turpe.

Ha un bambinello diverso
Un bambinello riverso
A faccia in giù sul bagnasciuga
Il mio Presepe

Non è una comparsa
È comparso come un’alga
Un detrito, non c’è muschio
Ma sabbia e scogli
Nel mio Presepe.

Natale è passato senza colpo ferire, noi e il Millennio ci siamo sciacquati le coscienze e abbiamo ribadito la nostra identità MADE IN CHINA cercando vie di fuga e oasi. Non è facile stare in mezzo a gente che fa il Presepe senza pensare alle vicissitudini occorse ai suoi protagonisti, alla successiva Fuga in Egitto (mirabilmente ritratta in opere meravigliose del Millennio passato – invano). Allora in tempo di Natale capisco l’Ungaretti dell’omonima poesia, e la sua necessità di ritirarsi dal mondo in questi giorni di festa. Lo accolgo come un amico – Manuela, ti presento Giuseppe – e abbozzo una risposta, un invito.

La risposta a Natale
di Giuseppe Ungaretti 

Ti capisco

Quando
mi sento
come una E
tra due virgole
mi raggomitolo
capriole
non ne faccio

Va bene
chiama tu
quando
ti sarai ripreso

Andremo a berci
una cosa

Offro io, ho preso
lo stipendio

Modena, 22 dicembre 2017

Caro Millennio, io, Natale e Manuela ti salutiamo con il magone, alla fine del tuo viaggio non ci rivedrai vivi e noi non ti rivedremo. Forse Natale sì, ti rivedrà, a meno che non venga stravolto così tanto da fargli perdere la memoria e le fattezze.
Con te partono altri amici che hanno vissuto come se t’appartenessero già, Galileo Galilei, Pier Paolo Pasolini, Friedrich Nietzsche, Giacomo Leopardi, Lucio Anneo Seneca, Platone, Lucrezio e altri ancora che non conosco, ma che in qualche modo ti hanno già raccontato. Non sei solo.
Noi restiamo qui come delle “E tra due virgole” e ti salutiamo.

Buon compleanno Millennio: compi 18 anni, l’età della patente di guida, del voto…e della rivolta.
Benvenuto 2018, macerie ne abbiamo intorno per far le barricate!

* Tratto dal racconto “La casa vuota”, pubblicato in Hitokoto #3 – CASE : raccolta presentata al campo di via Django a Modena il 23 Dicembre 2017, grazie all’ospitalità dell’associazione sinta Amici di Via Django.

Link:

I miei racconti di Natale

Natale di Ungaretti letta da Roberto Herlistka

“Giuseppe Berto, Il male oscuro” – su DOPPIOZERO

Guida modenese sintetica:

Sito Comune Modena

#Mobastacemento

Senzaquartiere.org

Vertenza Castelfrigo – sciopero della fame 

 

Quest’anno voglio fare il Presepe, per ricordare la mia infanzia.
Quand’ero piccolo arrivava il momento, di solito l’8 dicembre, in cui mio padre predisponeva il “telaio per il Presepe”, con i cavalletti che reggevano un pannello di truciolato con un buco quasi al centro. Quel buco segnalava il posto del laghetto.
Mio padre non è mai stato un fanatico del Presepe, né un alacre artigiano della sua costruzione. Per lui non era un hobby, era una pratica para-religiosa. Innanzitutto lo chiamava Presepio, termine che mi ha sempre restituito un surplus di arcaismo, e per lui rappresentava la necessità di rispettare una tradizione. Con gli anni il “telaio del Presepe” è stato sostituito dal più pratico sparecchiatavola in noce, che veniva sgomberato dei suoi soprammobili e via via riempito dal rivestimento e da tutte le costruzioni, gli ingombri e i personaggi. Con l’avvento dello sparecchiatavola andò perso il buco per il laghetto.

Presepe-foto-Chiara-Ferrin

Foto di Chiara Ferrin

In soffitta ho trovato la vecchia scatola del Presepe di mio padre, con la scritta “Presepio” sul coperchio. Era la scatola che conteneva il vecchio Philco14” che tenevamo in cucina negli anni della mia infanzia.
Questo pastorello va qui, questo pastorello va qua, e nella capanna – che mio padre voleva un po’ bruciacchiata e intaccata dal fumo – nella capanna mettiamo il bue. E poi. E poi mi interrompono, all’inizio ridono – “che matto che sei, il Presepe ad Agosto…” – anche io potrei ridere per la burla, invece mi arrabbio, stizzito. Ma soprattutto perché non mi ricordo più. Non so come continuare a mettere insieme. Da qualche tempo ho cominciato a dimenticare il significato di alcune parole, la loro corretta collocazione nella frase, alcuni termini sono del tutto spariti dal mio bagaglio lessicale. Mi metto alla prova e scrivo quello che mi passa per la mente: rileggendo i periodi mi sembra che siano popolati di frasi fatte ed espressioni idiomatiche ripetitive e incoerenti. Ho l’impressione di non riuscire a mantenere il filo del discorso. Mettere un punto mette in crisi l’intero svolgimento del pensiero che continuamente si accartoccia su se stesso: ho una voglia improvvisa di utilizzare il punto e virgola: avrò fatto bene a usarlo? E i due punti sono collocati in modo corretto? Temo di aver utilizzato troppe volte l’aggettivo “corretto” e il verbo “utilizzato”. Ma saranno effettivamente aggettivo e verbo? Forme grammaticali e sintattiche mi si confondono orribilmente in testa prima che sulla pagina. Vorrei ripassare le basi della grammatica della sintassi. Adesso. Non riesco a esprimermi oltre. Ho un attacco di panico, mi manca l’aria ad ogni parola in più che scrivo. Non più usare il “che” e neanche le virgolette – questi segni grafici così abusati, orribilmente, anche nel linguaggio verbale. Così come i trattini: me ne trovo tanti sotto la punta della penna e non so collocarli. Oddìo, “collocarli”. I pastorelli del Presepe cercano di suggerirmi una collocazione, ma. Il “ma” mi infastidisce. Un tempo amavo la preposizione avversativa, era la mia preferita. Come l’anacoluto – che la mia insegnante del Liceo mi segnalava sempre come errore, anche quando era innegabilmente funzionale alla trasmissione di una precisa sfumatura del pensiero. Avversative e anacoluto, due sfumature ripetitive che adesso aborro e detesto. Ho appena detto detesto con due “t”, “dettesto”, poi mi sono corretto. Mi fermo e mi metto alla prova: eseguo con difficoltà una serie di semplici addizioni. Mi diagnostico una non ben precisata sindrome neurologica. Ma non lo dico a nessuno. Sindrome sarà la parola giusta? “Parola” sarà appropriato?
Per illuminare questo racconto ci vuole un fiammifero. Ne tengo sempre un pacchetto nella tasca interna della giacca. Provo a cercarlo, eccolo. Trovo il pacchetto, ma è tutto bagnato fradicio. Anche io lo sono, galleggio sul pelo dell’acqua con i vestiti pesanti che non riesco a sfilare. È notte fonda e sono su un lago, forse. Dovrei opporre resistenza, mi dimeno, ma è piacevole essere portati via dalla corrente, se non stai troppo a pensarci. “Lasciati andare! Su, lasciati andare!”
Mi lascio andare e proseguo. Come scorre l’acqua, come mi porta oltre, in silenzio, com’è buia questa notte senza luna, com’è dolce quest’acqua. Come accelera, come scende veloce, come scroscia adesso. Riesco per un soffio a non cadere di sotto, che vertigine! Riesco ad aggrapparmi a un bordo. L’acqua precipita sotto, entra come dentro un grande scolo che porta via tutto quello che riesce a strappare dalla sua sede. Sono nella buia soffitta di casa dei miei nonni. L’acqua non ha riguardo per gli oggetti che trova nel suo passaggio: libri, sedie, fogli, carte geografiche, vecchi quadri, il triciclo di mia sorella, le vecchie foto di famiglia raccolte negli album, quelle sfuse, la maggior parte, ordinate in eleganti scatole da scarpe. Un’acqua placida, ma risoluta. Irrispettosa e menefreghista. Precipita di sotto e con essa tutti gli oggetti via via più grandi e pesanti che non riescono ormai a resistere alla corrente. Io resisto, mi viene semplice. Tutto precipita e io resto su un bordo di pavimento, su una parete che viene su dal basso. C’è un buco in mezzo alla stanza e dentro finisce tutto quello che l’acqua riesce a portare con sé. Ovvero tutto ciò che vedo.
Guardo in basso, e io sono lì. Mi piove sulla testa, lo vedo bene. Sono steso su un letto senza la minima idea di essere sopra di me. Provo a chiamarmi, ma non mi sento. “Alza la testa, sono qui! Spostati”. Come se nulla stesse accadendo resto impassibile, seduto in un letto dalle candide lenzuola, in una luce al neon. Non sembro preoccuparmi di tutta l’acqua che mi finisce sopra, degli oggetti e dei mobili che pericolosamente stanno precipitando. Sembro calmo. Se non mi preoccupo io, allora nemmeno io mi devo preoccupare. Perché dovrei? La stanza in basso sta sprofondando. Vedo la scena giù come da un buco della serratura. Tanta luce e contorni sgranati.
Quanta acqua, quanto scorre! Non accenna a placarsi, lenta e solenne. A precipizio, come da una cascata. Ormai la soffitta è completamente vuota. Io resto seduto sul bordo superiore della stanza, che ormai sembra un pozzo dalle pareti altissime. Quassù tutto e buio, mentre sotto c’è una luce fastidiosa. Lei mi prende per mano e mi fa scendere dal letto. Mi siedo su una sedia mentre lei cambia le lenzuola. Siamo stati insieme per anni e adesso mi sta accanto per assicurarsi che tutto quello che ho in testa venga smaltito nel modo corretto. Emozioni buone in un apposito cassonetto, emozioni cattive in un altro, errori in un altro, rimpianti in quello accanto, rimorsi e sensi di colpa tra i rifiuti speciali. Lei, senza saperlo, sta lì a presiedere allo stoccaggio. A dire il vero non mi ricordo il suo nome, provo, provo a ricordarlo, ma non mi viene in mente neanche un’ipotesi. Però la sento così vicina che mi rivolgo a lei con un tu. Allora ti chiamo, ma tu non guardi mai in alto. Ti chiamo e invece di guardarmi tu mi guardi, ma laggiù. Dove io non posso sapere che sei tu a guardarmi.
Provo a trattenere tutto ciò che ho e tutto ciò che so. Ma tutto, proprio tutto è precipitato di sotto. E di sotto non so cosa farmene. È come avere l’acqua in casa e il rubinetto fuori. Io sono fuori e più apro il rubinetto, più l’acqua scorre dentro.
I ricordi della mia famiglia, le emozioni di tutta la mia vita, la storia del nostro Paese, tutte le cose buone fatte insieme per essere felici insieme, tutti gli errori commessi sono precipitati dove non posso utilizzarli. Vorrei lasciarli in eredità, ma non posseggo più niente. Oltre questa consapevolezza cristallina e disarredata non mi resta nulla. So come sto di sotto, mi vedo bene, ma non posso fare più niente per cambiare la mia condizione, perché la mia volontà è quassù e tutti i miei ricordi sono giù, dove non sono più fatti di una sostanza che riesca a veicolare.
L’acqua adesso smette di scorrere, sento ancora il culo bagnato, ma il pavimento della soffitta si sta asciugando già. Le pareti della stanza in basso si sono ritirate e adesso il pavimento della stanza è a un saltello da me. Io sono solo a un metro da me, forse anche meno. Mi sembra di essere a letto, in un letto sopra il letto, del quale il letto e la stanza sotto sono solo il pavimento emotivo.
Tu mi accarezzi i capelli e mi inviti a tornare a stendermi, assecondo il tuo invito come se arrivasse direttamente dal mio cervello. Adesso non sento più il culo bagnato.
Provo a chiamarti, ma non mi senti. Anche laggiù mi rivolgo a te, ma tu pensi che stia parlando con un’altra persona. Effettivamente è così, perché la te con cui parlo è andata via molti anni fa e tu non credi di essere quella persona. Ed io laggiù non so che tu sei tu e mi rivolgo a te senza sapere che effettivamente sei la persona con cui vorrei parlare.
Da quassù sento benissimo la tua voce e le tue parole, mentre le mie di laggiù restano mute. Con un telecomando provo ad alzare il volume, ma si alza solo la tua voce insieme ai rumori d’ambiente. Mentre la mia continua a essere muta. Non so più come parlarti. Non riesco a dirti che il momento più bello della giornata è quando spegni il neon e resti nella penombra nella stanza.
Seduto sul bordo del buco nel pavimento della soffitta, che ormai è solo un gradino sopra il letto, ma aperto su un’oscurità conciliante. Tu spegni il neon e te ne stai al mio fianco. Io so che ci sei, ma non so che quella sei tu, non ti riconosco.
Provo ad accendere i fiammiferi, il primo, un altro, un altro, sono ancora tutti bagnati, ecco che uno prende fuoco e illumina la stanza. Mi sporgo in giù per guardarci meglio alla luce di questa luce più dolce. Io con gli occhi aperti, tu appisolata dopo la lunga giornata di assistenza. Tieni un libro sulle gambe. Provo a leggere il titolo, ma le parole sono segnacci incomprensibili. Mi sforzo ma non mi sembrano neppure grafemi. Non voglio svegliarti, ma vorrei parlarti, perché adesso tutto a un tratto un po’ di ricordi e di concetti mi sono tornati in mente.
Il fiammifero si consuma velocemente e comincia a ustionarmi i polpastrelli, ma continuo a tenerlo saldo tra l’indice e il pollice della mano destra. Non voglio mollarlo, perché so che altrimenti si spegnerebbe.
Ti guardo mentre dormi, mi guardo mentre fisso la parete.
Resisti, resisti!
Un dolore lancinante arriva dalla radice delle unghie a quelle dei capelli.
La fiammella si spegne.
E non ci siamo più.

[Racconto pubblicato sul n.2 di Hitokoto, RIFIUTI]

Il treno è partito. Il vento porta via odore di polvere da sparo, un pizzicore al naso se ne va. M. può sentire gli angeli analfabeti chiamarlo per nome e cognome. Il suo cognome che dai tempi delle superiori non sentiva più. Cancellato, asportato, dimenticato.
M. ha appena sparato a un treno che stava partendo. Un rimbombo che nello sferragliare s’è perso un po’, ma che ha fatto sussultare tutta la stazione.
Non te ne andrai!

Massicciata-foto-ChiaraFerrin

Massicciata – foto di Chiara Ferrin

Il cappello rosso del capostazione è caduto, un tocco impercettibile al binario 3, caduto di mano: stoc. A terra. 20 corpi che si strisciano al suolo temendo il peggio. Un bambino lecca la sua palla di gelato gusto crema e si sporca un po’ il naso.
M. come ti è venuto in mente di far così vento?! Cosa ti è passato per la testa quando sei andato alla stazione con la pistola? Che pistola? Dove l’hai presa?

Sbatte la porta dell’ex sala d’attesa di I° classe, una suora è appena uscita in strada, ignara, ha solo sentito una specie di battito tra il fischi del treno e lo sferragliare di carri merci al binario.

Ho bisogno d’aiuto!

La polvere s’alza come un velo funebre.

Tu tun- tu tun
Tu tun- tu tun

Una scia di sangue sottilissima come un filo d’arianna scorre indietro via dal treno. Coi pensieri vaghi dei passeggeri.

Ho bisogno d’aiuto!
Puzzo di frizione bruciata si spande con volute di cristallo.

Ho bisogno di scappare.
Ho bisogno.

Il treno non si ferma.
Si fermerà fra qualche chilometro che intanto slitta veloce. Qualcuno tirerà il freno di emergenza.

Ho bisogno di andare a pulire la pistola. Cotton fiocc…svitol, passare un panno con un ferro da maglia.

M. resta come una statua al binario 3 di questa stazione. Potreste incontrarlo anche voi.

Ho bisogno di dormire un quarto d’ora.

Ha fame, sete, sonno, voglia di fuggire, necessità.
Un uomo sul treno è morto, lui lo sa. Non ne ha la certezza dei fatti, nessuno gliel’ha detto. Ma lo sa. L’ha capito dal giro che il vento ha fatto intorno al rimbombo del suo sparo, tra lo sbuffo di fumo che la pistola ha prodotto.

Come posso fare?

All’uscita di una galleria il treno si fermerà, in aperta campagna, in una gola tra montagne di roccia grigia – Un passeggero avrà tirato un freno d’emergenza. Poi ripartirà verso la prossima stazione.

Un morto, M sulla coscienza non ce lo dovresti avere. E adesso pesa, sporca, graffia. La tua coscienza di pan di spagna, che assorbe le lacrime come il sangue.

Ho bisogno di una sedia, almeno una sedia.

M si sbottona la camicia e pensa a come “non far più morire quella persona sul treno”: fuori dalle sue possibilità.

Se saluti una partenza con un colpo di pistola, mira in aria, mira dove non c’è nessuno, mira verso il cielo. Mira.
Non basta tirar su l’arma e premere. Il grilletto s’inceppa una frazione, la mano si muove un millimetro, il corpo perde quel millesimo…e poi il rinculo, la resistenza dell’aria, l’intralcio di oggetti esterni non considerati, e il proiettile prende una traiettoria sua che tu non potrai più controllare.

Non ce la faccio più.
Non ce la faccio più.

Due colpi, due scatti di grilletto fanno due volte girare il tamburo. A vuoto. C’era un unico proiettile.
E’ un colpo al cuore questo restare in vita mentre due agenti della Polfer imboccano il sottopassaggio per venirlo a bloccare.

Treno-foto-Chiara-Ferrin

Foto di Chiara Ferrin – http://www.chiaraferrin.com

[Racconto pubblicato sul n.1 di Hitokoto, TRENI. Qui il pdf on line https://goo.gl/ESU15c]

 

Ho letto alcuni racconti di Borges, di quelli che fanno venire il mal di testa.
Il più cervellotico e complicato è quello composto da una singola pagina bianca non corrotta dall’inchiostro e dal pensiero. Ha il colore della luce che contiene in sé tutti i colori e dietro le tende cela un labirinto non percorso da passi di uomo.
Ho faticato a vederlo dietro le tende serrate e ancor più nel bianco incorrotto della pagina. Ho dovuto chiudere gli occhi, e ancora adesso mentre ricordo li tengo chiusi.
Al centro del labirinto che era una pagina bianca c’era una parete illuminata dal riflesso del foglio. A stento sono riuscito a leggere quello che c’era scritto, e che costituiva tutto il racconto. Un’unica frase, all’interno della stanza più interna del labirinto: “Voglio tornare bambino e imparare a giocare”.
Ho chiuso gli occhi per vedere se ci fosse una frase successiva e continuo a tenere gli occhi chiusi adesso nel ricordo. Il racconto finiva lì e nella pagina seguente ne iniziava un altro.
Provando a rileggerlo non ho più trovato la frase scritta sulla parete bianca del labirinto celato dalle tende al centro della pagina bianca.
Apro gli occhi e il racconto resta immutato. Il labirinto al centro della pagina, il libro in alto a sinistra nello scaffale della libreria ed io ancora al di qua della soglia di casa ancora esito a giocare.

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Giardini Ducali di Modena – Foto di Chiara Ferrin

Ci riproviamo, seconda edizione dell’Open Mike a Novara di Sicilia nel garage di Maria Adele a San Sebastiano. Un luogo che negli anni ha ospitato in modo informale le attività più disparate, accogliendo amici, comitive di passaggio, riunioni, incontri, grazie alla generosità spontanea e allegra di mia nonna Maria Adele. Un luogo aperto che vogliamo mantenere tale, nonostante lei non ci sia più.

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Grafica di Elisabetta Truscello

Ci vediamo sabato 26 marzo a partire dalle ore 16.00 per continuare quello che abbiamo cominciato l’anno scorso, fuori dall’ovvio, con il contributo artistico e la presenza di chi è a Nuvara in questi giorni.
Chiamatelo evento, se vi piace e se così vi è più chiaro, ma è più che altro un incontro, dove ciascuno può esibirsi, se vuole, e dove vogliamo parlarci, guardarci negli occhi e condividere piccoli frammenti di arte, musica, cultura. Tutto a dimensione domestica, anzi, da garage. Potete contribuire portando una esibizione, oppure cibi e bevande per banchettare insieme. Il garage è di dimensioni ridotte, per cui chiediamo di farci sapere se porterete altri amici (che comunque sono ben accetti).

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Giovani cieli all’open mike

L’anno scorso abbiamo ascoltato musica blues, letto poesie, guardato foto, parlato di Opera Lirica, visionato progetti di grafica, chiacchierato e bevuto insieme, parlato di piccoli paesi e visto il documentario di Franco Arminio sulla loro vita. Insomma, niente di scontato, ma a portata dei nostri desideri.

 

Vi aspettiamo, non siate timidi 😉
La scaletta sarà decisa sul momento.

Qui l’evento Facebook

Per adesioni e info fermateci “a cantuea d’a chiazza” oppure commentando questo post.

Io oso
Inventare una nuova parola
Che abbia un senso chiaro e prezioso:
A un sostantivo aggiungo oso
E subito l’effetto è strepitoso.
Oso a cascate
Oso a profusione
Oso oso oso oso oso.
È questa la parola, non vi piace?
Al nulla aggiungo oso
Ed ecco oso, è anche un verbo
Però che cosa importa.
Se la useranno in tanti entrerà nel dizionario
Ne parlerà la radio e la televisione
Come quell’altra parola nuova
Inventata per errore a scuola:
Non oso invidia, la mia è ironia,
Mi fa ridere la maestra, la Crusca e tutti noi.
Bambino mio, te lo dico con il cuore
se sente petaloso, il fiore muore.

In gioco_foto Chiara Ferrin

Il polsino è l’unità di misura degli scritti della vita quotidiana, può accogliere appunti veloci e racconti estemporanei, la lista della spesa e il conto delle spese emozionali. Cerchiamo lembi di stoffa e porzioni di parete, per lasciare una traccia tangibile del nostro passaggio, visibile a noi stessi prima che agli altri.
Sarà questo l’autobiografia? Il tentativo di scrivere come abbiamo vissuto per poterlo migliorare? Qualcuno dice che scrivere sia riscrivere. E se è vero che spesso riviviamo le medesime situazioni problematiche finché non le abbiamo risolte dentro di noi, allora scrivere della nostra vita è un tentativo di delineare una via d’uscita dal labirinto, è un seguire il filo d’Arianna che si è imbrogliato. Una debita riappropriazione del nostro vissuto, una riscossione del credito che abbiamo lasciato alla vita.

Dall’8 febbraio al 14 marzo, tutti i lunedì presso la sede dell’Associazione Insieme a Noi a Modena, lo facciamo in gruppo, perché la riappropriazione sia multipla e condivisa.
Laboratorio di Scrittura Autobiografica: ci accostiamo a un testimone ad armi pari, o meglio disarmati, foglio e penna e le nostre vite, e in maniera libera scriviamo e leggiamo. Ciascuno ha il suo polsino dal quale ricopiare porzioni di vita, e insieme

Per l’Associazione questo è il terzo ciclo di incontri, il primo per me da conduttore. Ho mutuato il titolo di una raccolta di Bulgakov, i suoi “Appunti sui polsini”, per immaginare il brandello minimo che può raccogliere i nostri scritti. Un supporto a portata di mano, in tutte le occasioni.

Il Laboratorio è gratuito e fa parte delle molteplici attività che l’Associazione di Familiari e amici di pazienti psichiatrici Insieme a Noi organizza a Modena. Un’attività intesa a far conoscere i problemi della salute mentale, promuovere i diritti di cittadinanza dei pazienti psichiatrici e l’inclusione sociale.

Laboratorio Scrittura Modena

Laboratorio di scrittura autobiografica
Tutti i lunedì dall’8 febbraio al 14 marzo 2016

Dalle ore 15.00 alle 17.00
Presso la sede dell’Associazione Insieme a Noi
Via Albinelli, 40 – Modena

Per info e iscrizioni:
347 2236298
insiemeanoi.mo@gmail.com

 

Evanescente come il fumo o persistente come una cicatrice, la memoria è oggetto e soggetto al tempo stesso, è la facoltà di ricordare e il ricordo, è la bussola che ci consente di orientarci e il fardello che ci fa attardare nel proseguire oltre, è la mappa che ci permette di tornare a casa e la punizione che dobbiamo scontare se la perdiamo.

La memoria è una valigetta che puoi custodire in soffitta per decenni e aprire in un pomeriggio d’inverno, mentre stai risistemando casa, o nel bel mezzo di un trasloco mentre scegli cosa buttare. Oppure è sempre con te e di tanto in tanto la apri, come per entrare in dialogo con un altro tempo. Apri la valigetta e ti rendi conto che gli oggetti che contiene sono ancora d’uso comune, le suppellettili che vi ritrovi dentro potrebbero appartenere a qualsiasi bambino in fuga con la famiglia sui crinali dei confini della nostra Europa.

La valigetta blu“La valigetta blu” è il titolo dell’ultimo romanzo della scrittrice Cleide, racconta la storia vera di una bambina di quattro anni che, alla caduta della Repubblica dell’Ossola nell’ottobre del 1944, si ritrova profuga in Svizzera, parte di un esodo che ha coinvolto più di tredicimila persone. Un romanzo autobiografico, ricordi personali fortemente impressi e memorie di famiglia orgogliosamente custodite.
Un libro scritto con pudore, ma che contiene la memoria cristallina di un pezzo di Storia.

L’ho letto qualche settimana fa e l’ho presentato a Modena presso la libreria Emily Bookshop domenica 24 gennaio. Quando ho chiesto all’autrice quando avesse cominciato a scriverlo, quale fosse stata la genesi del romanzo, mi ha detto “da subito, è una storia che ho avuto sempre presente da allora”.

Cleide è nata a Domodossola e vive a Modena pur mantenendo un rapporto costante con la propria terra. Una terra di confine dove tra il settembre e l’ottobre del ’44 si costituì una delle esperienze più vitali della Resistenza, con la liberazione di un ampio territorio tra il Lago Maggiore, le prime propaggini del Monte Rosa e la Svizzera, e con un organizzazione che del futuro ordine democratico aveva incarnato i principi.

“Del resto immagino che tutti i manoscritti vengano trovati in una bottiglia” scriveva Elio Vittorini nella Nota conclusiva di “Conversazione in Sicilia”, dopo aver attestato che il suo libro non era autobiografico. Ed è proprio così, tutti i manoscritti vengono trovati in una bottiglia, o in una soffitta insieme ai ricordi, e una volta pubblicati non appartengono più all’autore, ma alla letteratura. Come dire, ai lettori. E anche “La valigetta blu” ci appartiene. L’autrice lo ha condiviso attraverso una scrittura in terza persona che ci dice “è la storia di quella bambina di quattro anni, non più la mia”.

Ho finito di leggerlo e mi sono tornati in mente i ricordi di mia nonna, le storie di guerra che ci raccontava da bambini e che aspettavamo, sempre uguali, più di ogni fiaba. Tre donne sole, gli uomini al fronte, i bombardamenti a tappeto, i rifugi e gli allarmi antiaerei, la valeriana della bisnonna, quella bomba che è caduta in un palazzo per tre piani ed è rimasta inesplosa, la sfilata di carri armati coi soldati e le bandiere, le gallette e la cioccolata offerta ai bambini, gli americani, i negri e gli scozzesi col gonnellino. Un uomo dalla barba incolta che bussa alla porta della casetta nel quartiere San Sebastiano – i vestiti sporchi e stracciati  e la manica della giacca piena di zucchero, come un sacco improvvisato. La fine della guerra. Ognuno di noi può portare giù dalla soffitta la sua storia familiare, più o meno lontana nel tempo, i ricordi dei nonni col dolore e le peripezie. Il libro di Cleide non indugia in retorica, non drammatizza il vissuto.
La fuga di notte, il viaggio in treno, il soggiorno nei campi, le trafile burocratiche prima del ritorno.
La bambina di quattro anni ha attraversato quell’esperienza sotto la protezione di una madre giovane e di nonni prudenti e amorevoli. Quella bambina che accompagna il lettore è passata sul confine della sofferenza sfiorandola, ma tornando indietro sana e salva.
Adesso altri bambini attraversano i confini per terra e per mare per mettersi in salvo. Tra settant’anni forse qualcuno ne scriverà, ma altri nipoti avranno il privilegio della memoria. I nostri avranno quello dell’oblio.

“La valigetta blu” di Cleide – Il romanzo si può acquistare anche on line sul sito dell’Editore Guaraldi.

Approfondimenti:
Repubblica partigiana dell’Ossola – Wikipedia
Rai Storia

  • Mi sembra che il Paese sia in agonia, in fase terminale
  • Io voglio accompagnarlo fino alla fine
  • Lasciate che i morti seppelliscano i morti, diceva Gesù da grande

Mi ero ripromesso di non scrivere niente sullo “scendere” al Sud, sul senso di appartenenza, sull’identità e le risorse e lo spreco e le occasioni e le clientele e lo status quo. Avrei voluto scrivere qualcosa sullo spirito natalizio, magari raccontandovi di quando ho scoperto che Babbo Natale è il mio alter ego. L’ho incontrato la notte del 23 in cucina, al buio, illuminato solo dalla luce del frigo nel quale cercava un goccetto da bere, troppo stressato dalle incombenze della Vigilia per non sentirsi inadeguato al compito, in un’epoca nella quale i droni vi portano i doni in salotto meglio di renne e piccoli aiutanti dalle orecchie a punta.
Avrei voluto citare il racconto “Natale” di Friedrich Durrenmatt e i suoi famelici incontri. Oppure avrei ripreso il filo del racconto dell’anno passato, buttando giù qualcosa di disordinato, come tutti i racconti di Natale. Disordinati come una casa di 60 mq dove si abita in nove e si cena in venti, esagerati come un pranzo poli-familiare dove tutti i “cuochi” devono portare la loro quantità di cibo, senza ritegno. Un racconto sprecone e sprecato, nel quale piccole suore possono suonare i Doors all’organo e le nonne possono “battezzare il tempo” e fare incantesimi per liberarci dal male.

Poi ho letto un articolo de L’Internazionale (ve lo linko alla fine) e questo ha prodotto una confusione che mi ha imbrogliato i tasti della macchina da scrivere. Sono un pendolare dell’anima e il mio proposito di lasciare da parte le solite questioni dell’emigrante che torna a casa, e che si confronta con quello che ha lasciato, è andato a farsi benedire. Visto il periodo è comunque l’azione più appropriata alla quale possiamo vicendevolmente sottoporci. Andiamo tutti a farci benedire. Benediciamoci a vicenda, noi e le nostre famiglie. Benediciamoci e allarghiamoci, moltiplichiamoci e spostiamo più in là i pali del nostro recinto. Oppure togliamolo del tutto il recinto, se questo ci rende prigionieri e ci esclude.

La mia canzone di Natale 2015 (inizio con titoli di coda)

Chi parla di Tradizione forse non conosce la Storia, dice Tradizione, ma intende Riduzione, una becera semplificazione nella quale molti di noi sono solo semplici consumatori.
Il Presepe diventa simile a un plastico, a un gioco di costruzioni, materiale decorativo d’arredo, roba da Brico più che da “memoriale della nostra salvezza”. La casa di Barbie e il Castello dei Lego, i velieri nelle bottiglie (che belli i velieri nelle bottiglie!). I simboli che il potere di suggestione dell’iconografia ci presentava si sono ridisegnati in riproduzioni inoffensive, quasi in loghi. Il “fanciullo” profetizzato da Isaia e presentato dai Vangeli in una mangiatoia è diventato una statuetta-souvenir perfettamente riconoscibile, lo sappiamo.

Ha un bambinello diverso
Un bambinello riverso
A faccia in giù sul bagnasciuga
Il mio Presepe

Non è una comparsa
È comparso come un’alga
Un detrito, non c’è muschio
Ma sabbia e scogli
Nel mio Presepe.

Caravaggio_Adorazione

Non siamo riusciti a decifrare il labiale – “Adorazione” di Michelangelo Merisi da Caravaggio

I piccoli aiutanti di Babbo Natale quest’anno stanno girando per il mondo a scambiare i Bambinelli di materiale inerte con Bambinelli di carne e fiato, anche se ormai inerti. Bambinelli non più sorridenti, braccia al cielo, ma riversi e dormienti. Sognano forse i nostri Bambinelli, e in questo ci sono fratelli, perché anche noi sogniamo, al di là del muro. Non abbiate paura se nel vostro Presepe in salotto troverete il Bambinello nuovo, quello morto ma vivo. Provate a prenderlo in braccio – con molta cura – liberatelo dalla prigionia delle acque e cullatelo, insieme ai vostri familiari.

Seconda canzone di Natale 2015 (senza paura)

Parlo in modo maldestro di identità, qual è la Cultura “Occidentale e Cristiana”? Cosa aggiunge al nostro essere efferati costruttori di muri? E l’essere “emigranti” cosa aggiunge e cosa suggerisce al nostro restare abbarbicati alle Tradizioni? Diciamo “Tradizione”, ma sulle nostre bocche suona “semplificazione”, scegliamo le caratteristiche più funzionali alla riproduzione del controllo e a una devozione spicciola fatta di luci e musichette, ma sorda ai silenzi dei Bambinelli dei Presepi reali.

Molti di noi sono emigranti, cittadini del Mondo. Anche se il Mondo non lo sa o forse non ci vuole, perché non ci conosce e non sa ancora se possiamo essere ingranaggi affidabile e funzionali. “Gireranno bene? Funzioneranno come si conviene?” si chiede il Mondo. Molte volte funzioniamo bene: scendiamo per le feste comandate, ci rassegniamo a essere corpi estranei.

E noi ci affaccendiamo per funzionare, coi nostri Presepi prefabbricati, che usiamo come armi per opporci al diverso che ci fa paura. Li riempiamo di costruzioni, suppellettili, di un proliferare di personaggi, una folla superflua di villeggianti. A limite li consegniamo a Istituti Scolastici che non hanno la carta igienica. Brandire un Presepe come un’arma fa di noi degli Erode. Un personaggio che avrebbe pieno diritto di cittadinanza nelle nostre innocue riproduzioni.

Il mio Natale è cominciato con un paio di brindisi che ci siamo concessi con Arturo Bandini e con Marcello. Arturo Bandini lo conoscete dai romanzi di John Fante e non ha bisogno di presentazioni, Marcello è l’inventore dello Sguincers e questo è tutto. Entrambi mi hanno detto “Chi ti pozzu offri? Se vuoi ho il Vermouth”. Benissimo, u Vermuth è perfettu. “Stile Confraternita”. Sì, stile Confraternita. Non del Chianti, ma proprio le Confraternite di tradizione medievale e poi cinque-seicentesca, diffuse anche al mio paese. Tu ivi ‘nta “sciabica”, eu ‘nte “mastri”, ma a tutti i dui alla fine delle processioni offrivano Vermouth e biscotti. Fin dalla più tenera età. Per questo il sapore del Vermouth ci riporta all’inebriamento dell’infanzia. I calici si sono avvicinati quel tanto da produrre il tintinnìo che ha dato il LA all’incontro. Coraggio, da qui al futuro. Bandini è appena diventato padre e di Coraggio ne ha bisogno, perché al di fuori dei racconti non sempre è semplice districarsi nella trama.

Pensavamo di essere costretti a scegliere tra fuga e resistenza. Ma non è così.
Paese mio, ti immagino e mi dimentico che sei tu che stai immaginando me. E per compierti devo compiermi.
Tra qualche giorno ripartirò. Oggi ho fatto vedere le Isole Eolie ai miei parenti lontani tramite la video chiamata di Messenger ed è stato per loro come avvistare l’America dal pennone di una Caravella.

Terra!
Qualcosa abbiamo visto, navighiamogli incontro.

THE END
Titoli di coda

Terza e ultima canzone di Natale 2015 (finale mosso)

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LETTURE 

Natale, di Freidrich Durrenmatt
Era Natale. Attraversavo la vasta pianura. La neve era come vetro. Faceva freddo. L’aria era morta. Non un movimento, non un suono. L’orizzonte era circolare. Nero il cielo. Morte le stelle. Sepolta ieri la luna. Non sorto il sole. Gridai. Non mi udii. Gridai ancora. Vidi un corpo disteso sulla neve. Era Gesù Bambino. Bianche e rigide le membra. L’aureola un giallo disco gelato. Presi il bambino in mano. Gli mossi su e giù le braccia. Gli sollevai le palpebre. Non aveva occhi. Io avevo fame. Mangiai l’aureola. Sapeva di pane raffermo. Gli staccai la testa con un morso. Marzapane stantio. Proseguii”.

I miei Racconti di Natale
Buon Natale

“La fine dell’anno e del mondo, viste dalla provincia”
Articolo di Giuseppe Rizzo per L’Internazionale

Rembrandt

“- Chissà se torneremo mai in Galilea? – La Galilea ce l’abbiamo tra le braccia” dialoghi immaginari sul “Riposo nella fuga in Egitto” di Rembrandt